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I frati di Assisi custodiscono documenti fino ad ora celati allo sguardo del grande pubblico: preziosi e accurati manoscritti, ornati di lucenti miniature, capaci di conservare e trasmettere la semplicità del messaggio francescano. Dopo il restauro nell’abbazia di Praglia e l’esposizione presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, i tredici codici e i sei documenti d’archivio del XIII e XIV secolo del Fondo Antico sono tornati presso la Biblioteca del Sacro Convento. Tra questi la Regula Frarum Minorum e il Cantico delle Creature, che rivelano l’essenza vera del santo, il contesto storico in cui operò insieme ai suoi primi compagni, i rapporti con la Chiesa, il vissuto familiare e quello sociale svolto nella comunità assisiate. Venerdì scorso abbiamo ascoltato le appassionanti parole pronunciate da Gianni Letta, componente del Comitato d’Onore della mostra documentaria “Frate Francesco: tracce, parole, immagini”. Retore raffinato, dopo aver esposto all’uditorio le sue considerazioni sugli importanti restauri, Letta – da navigato direttore di giornale – ha espresso apprezzamento nei confronti di padre Enzo Fortunato, il coraggioso comunicatore che in questi giorni ha segnalato il naufragio dell’umanità nel cimitero del mare. Padre Enzo sa quello che dice, sia quando parla della barca di Pietro, che quando parla dei barconi dei naufraghi, per usare una sua riuscita espressione. Lo abbiamo visto muoversi con leggerezza sul pavimento di ceramica del salone Papale, che, pur non indulgendo a manierismi estetizzanti, ci fa venire voglia di camminare a piedi nudi per timore di danneggiarlo. Il sacro Convento – che incute rispetto ai re e ai presidenti di ogni paese, il luogo dove storia, teologia, spiritualità ed arte si uniscono mirabilmente in un’opera di profonda poesia – è sorvegliato giorno e notte per il rischio di attentati. Terminata la presentazione dei restauri ha fatto ingresso nel salone il coro da camera della Cappella Musicale che ha eseguito i brani custoditi nella basilica, compreso il celebre Cantico delle Creature musicato da Padre Domenico Stella, presbitero e compositore, frate minore francescano, pilastro nel panorama della Musica Sacra. Il Cantico delle Creature è il testo poetico più antico della letteratura italiana. Un inno alla vita, una lode a Dio permeata da una visione ormai trascurata della natura, dove il creato riflette la visione del Creatore. Tutto questo succede in Umbria sotto i nostri occhi distratti. Succede nel Museo del Tesoro della Basilica; succede in questo scrigno eretto in onore di San Francesco, che tutti gli umbri dovrebbero visitare, invece di nientificare il tempo libero all’interno di non luoghi che spuntano ovunque. Dovrebbero visitarlo (se non proprio per aderire ai precetti del francescanesimo come tanti tonsurati penitenti) quantomeno per sottoporsi alla potenza evocatrice di un luogo della loro identità, ancora capace di mostrare le fondamenta della spiritualità francescana. Un luogo non luccicante, ma luminoso, che attinge compostezza dalle pitture giottesche della basilica superiore e partecipa alla vita del santo con l’enigmatica intensità di quella inferiore. È fortunata l’Umbria ad ospitare questo tempio. Solo a guardarlo, nella sua vasta mole che si preannuncia dalla pianura, contribuisce a lenire il senso di una disfatta così tremenda e vicina. Oggi – che è più facile comprendere il significato di un codice miniato, che quello di certi affreschi politici – avvertiamo il desiderio di stringerci intorno ai nostri luoghi identitari. Se non altro per un residuo di umanità da mettere ancora alla prova. Per non voltare le spalle al rispetto dei padri; per non lasciarci catturare da un’incompresa e accidiosa curiosità verso altre cupe professioni di fede colonizzatrici.


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