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Tra le virtù degli umbri c’è quella dell’osservanza pasquale, in cui rivivono la Passione e Resurrezione del Cristo. In attesa della Pasqua abbiamo assistito alla rappresentazione della domenica delle Palme ad opera di Maria Elena Boschi e Matteo Salvini. Non suoni blasfema questa premessa proveniente da un umbro non ancora scaduto, perché fedele alle tradizioni della sua terra. L’umbritudine, statene certi, sopravvivrà all’Umbria anche dopo la sua cancellazione. Serafico maestro di eloquenza, che quest’anno dovrai fare i conti con il dialetto biascicato di Pontida, la liturgia ecclesiastica per gli umbri è ancora una cosa seria recitata nella lingua di Jacopone e non in ostrogoto padano. In occasione di Agriumbria lo sponsor di Claudio Ricci, così poco francescano, ha sentenziato sull’omicidio di Terni e su Mare Nostrum, invocando la “chiusura” delle frontiere. Le alleanze politiche sono davvero cosa buffa. A Colfiorito s’è invece trattato di “apertura”, non solo della Quadrilatero, ma di un caseificio Grifo Latte costruito sullo svincolo. E vai con la mozzarella in carrozza lungo il percorso del cambiamento. A quella Pia Donna della Boschi ha fatto eco il Komintern locale, che preannuncia iniezioni di fiducia all’Appennino malato: le solite proposte per contrastare lo spopolamento della montagna, di quelle che arrivano in perfetto orario con le occasioni elettorali. Un Triduo Pasquale della Compagnia della Buona Morte, composta – con devozione parlando – da sottosegretari e assessori a caccia di voti. La scelta è ricaduta su Colfiorito per la vicinanza del Golgota (leggasi monte Trella) sulla cui sommità basterà aggiungere un paio di croci. Le suggestioni di un tempo non sono più le stesse, ma sopravvivono le torce, le fiaccole e i peccatori che intonano le laudi. Sopravvivono i penitenzieri – più o meno incappucciati – che a piedi nudi recano per una sera la pesante croce, mentre le antiche confraternite sfilano dietro ai soliti vessilli. La Passione umbra, pur prestandosi a fastidiosi doppi sensi, rimane immutata sullo sfondo di quei luoghi che esprimono una forza emotiva senza pari, fondali perfetti per le consolidate scene di teatro popolare. Succede a Orvieto, Norcia, Città della Pieve, Gualdo Tadino, Monteleone di Spoleto, Assisi, Cascia, Gubbio e Bevagna, dove gli eventi pasquali sono un mistero persino per gli adepti. La fede ha bisogno del mistero come la Via Crucis dei suoi drammatici stendardi. Domani intoneremo lamentosi Miserere dietro il feretro del Cristo sospinto dai penitenti celati sotto vesti oscure, quasi a volersi confondere con le tenebre non più rischiarate dalle torce della ragione. C’è il buio nell’agire umano. Un buio a cui l’uomo è stato condannato, perché lungo sia il cammino verso la luce. Tutto si coniuga perfettamente con il sinistro strisciare delle catene degli incappucciati verso la salita del Golgota. Mai come quest’anno gli squarci sonori della notte dei Misteri prelude all’incertezza della nostra esistenza. Siamo noi i quadri viventi della tradizione: le pie donne, i cruciferi, i centurioni, i ponziopilati in attesa che si sciolgano le campane della Resurrezione.


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