1.290 views

Ferita nell’orgoglio dopo la bocciatura a capitale europea per la cultura, Perugia si prende la rivincita con il “Festival Internazionale del Giornalismo” e incassa la visibilità che non si sarebbe sognata nemmeno ai tempi d’oro di Umbria Jazz. Per una mezza avvincente settimana il suo nome riecheggerà da Washington a Londra, da Parigi a Singapore, da Adelaide a Hong Kong sulle ali di migliaia di tweet, il cui hastag è #ijf15. Corso Vannucci brulica di giornalisti, reporter, corrispondenti, inviati da tutto il mondo, mica di tinche che si sbadigliano addosso. La città cambia volto grazie ad Arianna Ciccone, ideatrice e direttrice del festival. Accessi liberi fino ad esaurimento posti per tutti gli eventi, press room e info-point aperti al pubblico, connessione gratuita senza necessità di password, aree relax, disponibilità di tablet per consultare in libertà giornali italiani ed esteri, per navigare e kindle per accedere alle library. Eventi in diretta streaming al Brufani, al Sangallo, al Morlacchi, al Teatro della Sapienza, a Palazzo Sorbello e alla Sala dei Notari. Registrandosi su “MyFestival – Car Pooling” dal menu a tendina del sito ufficiale potrete trovare qualcuno disposto a portarvi in centro in auto. Questa è la Perugia che piace ai giovani; la Perugia europea che guarda al futuro, che s’interessa d’ambiente, di informazione, di comunicazione interreligiosa, di nuovi giornalismi, di twitter masterclass, di social media marketing, di strumenti open source, di open data; che scopre come cambia in Cina l’ambiente di produzione delle news, come i media occidentali parlino dell’Africa attraverso i social network, che organizza dibattiti sulla informazione culturale fra mainstream e web, di libertà d’espressione 2.0. In questi giorni la città, con le dovute differenze, somiglia a quella che avemmo il privilegio di frequentare negli anni Settanta, elevatasi a dignità internazionale a forza di colpi d’ala, per poi diventare gradualmente, ma inesorabilmente, quello che è oggi. Le leve del comando appartenevano a una ristretta élite, espressione di una preparata – sebbene forcaiola – classe dirigente di sinistra, abile nel colloquiare con i propri oppositori, perché fatta della stessa pasta. Ai figli del popolo si avvicendavano perugini cresciuti nei palazzi aviti o nelle ville affrescate da Dottori. Una élite politica formatasi non in fabbrica, non nelle campagne, ma nelle biblioteche domestiche di libri rari, diligentemente sfogliati. Erano gli anni in cui qualche perugino spendeva per un solo vestito (spesso nascosto sotto un eskimo acquistato dal Bandito) il reddito di un anno di una famiglia intera. Destra e sinistra erano imparentate tra loro. Qualcuno era imparentato con l’aristocrazia europea. Tutti, anche i meno abbienti, si distinguevano destreggiandosi nei mestieri, nelle professioni e – cosa divenuta assai rara – nel linguaggio. Era la Perugia degli eredi dei Buitoni e degli Spagnoli, che rivelavano le stesse qualità dei fondatori delle rispettive dinastie. Poi vennero D’Attoma, Ghini, Servadio e Ginocchietti e fior di avvocati come Parlavecchio, Dean, Zaganelli, Scassellati Sforzolini e in campo medico Larizza, Brunetti, Castrini, Mercati e Maurizi, nei confronti dei quali pochi avvertivano quel senso d’inferiorità verso gli altri, perché si respirava un’aria dinamica e vitale di una città universitaria, consapevole di svolgere un ruolo storico, ma anche imminente; un’aria da cabina di regia, quando l’intera regione era ancora alle prese con il riassetto dei territori e dei rapporti tra città e campagne, tra capoluogo e le altre città storiche. Ai giornalisti venuti da tutto il mondo oggi Perugia appare una bella dormiente che fa da sfondo ad un Festival dinamico e davvero geniale. Perché geniale è la formula imposta, anche alla città, dalla sua ideatrice, che lo scorso anno è stata costretta, per la carenza di finanziamenti pubblici, a ricorrere ad una colletta (leggasi crowdfunding). Inversione di tendenze, quest’anno. Finalmente la Regione – dopo un pranzo galeotto consumato in vigna (i partecipanti, insieme alla Ciccone e all’imprenditore agricolo ospitante, metteteceli voi) – ha compreso, meglio tardi che mai, l’importanza dell’iniziativa, che dona lustro e visibilità mondiale all’Umbria. Sicuramente più di quanto non sia riuscito a fare, a caro prezzo, il fotografo d’oltreoceano. Col senno del poi aveva ragione il solito guastafeste Guarducci, nel dire che Perugia tutto poteva permettersi, ma non di perdersi per strada il caval donato della Ciccone, che tra i suoi partner annovera – scusate se è poco – Amazon e Google. I perugini di una volta non avrebbero mai corso certi rischi.


Copyright 2011 Limpiccione.it