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Assisi «Tra sogno e ironia» non è solo il tema della retrospettiva dedicata a Maceo Angeli, inaugurata a Palazzo Frumentario. È molto di più. È un cammino a ritroso negli interstizi della città universale, che fu unica perché vi nacque un Sole, splendida perché questo Sole l’additò al mondo non ancora globalizzato; ma anche frenetica, ormai, a cagione delle sue straordinarie prerogative, a causa del richiamo che esercita su frotte di pellegrini. Assisi, che s’avvia a diventare un’altra Disneyland del sacro, è uno dei centri della cristianità da visitare perlomeno una volta nella vita, come Gerusalemme lo è per gli ebrei e la Mecca per i seguaci di Maometto. Perché chi «[…] d’esso loco fa parole, non dica Ascesi, ché direbbe corto, ma Oriente, se proprio dir vuole». Dai quadri e dalle ceramiche dell’artigiano Maceo trapela un tenace, quanto irrequieto, rapporto con la città. Nei pressi di Fontebella, a chi s’affacci dalla terrazza del Monte Frumetario, appare l’insolita casa dell’artista, con i suoi grifi di ferro battuto, le ceramiche incassate nelle pietre, le mattonelle di maiolica ispirate alle scene di vita francescana. Sullo sfondo si staglia quel che resta della Valle Spoletana sfigurata dal cemento. Davanti allo scempio ci rimane difficile immaginare «[…] nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba». Per fortuna ci sono i pittori come Maceo a ricordarci che i luoghi della nostra identità meritano maggior rispetto. Sembra che la durata del cemento (laudato sii, o mi Signore) sia inferiore rispetto a quella della pietra del Subasio. Lo dimostrano i viadotti e le gallerie che, sbriciolandosi con lentezza possente, inducono i presidenti dell’Anas a dimettersi. Siamo pronti a scommettere che le ceramiche di Maceo – che non uguagliano certamente quelle di Mastro Giorgio, di Paolo Rubboli o di Amerigo Lunghi, tanto per essere chiari – resisteranno nel tempo. Così come le sue tele, che mostrano una città che non c’è più. Intendiamoci, di Assisi si può parlare solo bene, quasi benissimo. Ce ne vorrebbero altre tre o quattro di città come questa per risollevare il PIL in Umbria. Eppure di assisani veraci (alla Maceo Angeli o alla Arnaldo Fortini che sia, con le dovute differenze ideologiche) non ne nascono più. Forse perché il loro seme s’è disperso tra le palazzine e le rotatorie di Santa Maria e Bastia Umbra. Oggi la città è in mano ai pellegrini, maleducati, disinformati, risibilmente devoti. Tuttavia paganti, tra sogno e ironia di una sorte nemmeno tanto annunciata. La città affascina di meno, sebbene attragga folle di visitatori. Complimenti a Ricci e compagnia bella per aver rispolverato Maceo. Complimenti alla Regione dell’Umbria che ha finanziato la mostra, non fosse altro per farci capire in tempo di consultazioni elettorali che il merito dell’uomo non fu tanto quello di essere appartenuto al movimento pittorico chiarista, secondo l’accezione coniata da Leonardo Borgese. Maceo fu soprattutto un esempio di passione civica e politica, un esponente umbro di spicco del pacifismo, un convinto militante di una sinistra che ai suoi tempi non era ancora alla frutta. Egli fu il figlio degenere ed eversivo di una città che indossa il saio mentre propina paccottiglia e souvenir. Fu uno degli ultimi esempi di quelle dissolte capacità di macinare arte e artigianato che non rivivranno più. Ma prima di tutto fu assisano vero. L’Umbria è ancora vera come ne scriveva Cesare Brandi? Senza scomodare il Chiarismo questa regione non è più la stessa, non solo nella perduta luminosità dei toni cromatici e nella soppressione del disegno e del segno. L’Umbria s’è lasciata dietro qualcosa di più, di cui avvertiamo la mancanza. Forse si tratta proprio della novecentesca tavolozza ariosa e trasparente fissata nei dipinti di Maceo. E per giunta nessuno è più disposto ad indossare il saio francescano, metaforicamente parlando. Ma questa è tutta un’altra storia.


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