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“Forse un mattino/ andando/ in un’aria di vetro”. Un mattino di un giorno qualsiasi, alla Feltrinelli. L’adolescente, che ha l’aria di aver disertato la scuola, siede in terra accanto al suo zaino. Indossa l’auricolare, non vuole essere disturbata. Ministro Dario Franceschini, non è concentrata sui testi di Dalla, De André e Guccini (“e potrei proseguire”), che lei vorrebbe introdurre obbligatori nelle scuole, ma sta leggendo Ossi di Seppia. Lancio uno sguardo sulla pagina aperta. La ragazza sembra voler penetrare a tutti i costi l’atmosfera rarefatta di un mattino di fine inverno. I versi affidano all’esperienza conoscitiva del poeta il carattere immaginario di un’evasione fantastica in cui egli scopre l’insolenza della vita. Al tempo di Renzi e Franceschini, possono due quartine libere a rima alternata (endecasillabi e doppi settenari) far scoprire ad un adolescente l’insolenza della vita? “Forse/ un mattino/ andando in un’aria di vetro,/ arida,/ rivolgendomi,/ vedrò compirsi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle,/ il vuoto dietro di me,/ con un terrore di ubriaco”. Lei s’accorge che la sto guardando, si toglie l’auricolare e mi dice: «Una poesia molto zen. La conosce? Parla del vuoto come sfondo di tutte le cose». I giovani hanno innato il bisogno di presentificare la realtà oggettiva all’interno del vuoto. Mi torna in mente un altro verso di quella poesia: “[…] ed io me ne andrò zitto/ tra gli uomini che non si voltano, / col mio segreto”. Mai come oggi i nostri ragazzi fanno esperienza del vuoto. Avvertono che è impossibile il compimento del miracolo tanto atteso dai padri, quello di un’improvvisa intuizione del senso del mondo. Assistiamo alle loro vite come fossero immagini sullo schermo di uno smartphone. Me ne vado zitto per corso Vannucci verso il tribunale. Rifletto sull’impossibilità di afferrare la verità e l’essenza delle cose per chi non sa voltarsi e preferisce l’inganno dei falsi profeti. Ora che la scuola e la famiglia non svolgono più il loro compito c’è la “Casa di Lucio Dalla”, un’intuizione del ministro Franceschini che invece di invitare i giovani alla lettura dei classici ripiega su quei cantautori capaci di trasmettere “valori a generazioni intere di italiani”. Si sta facendo strada la convinzione un po’ sciatta per cui gli autori di canzoni, pur bravi poeti che siano, facciano ormai parte della letteratura. Compresi quelli che predicando bene hanno rintanato i loro guadagni nelle banche svizzere. Da ragazzi imparavamo poesie, mica canzonette. Alcune ne abbiamo dimenticate, altre le abbiamo sedimentate nella memoria (“che si sfolla”) e ce le portiamo dietro. La fanciulla sorpresa nel tentativo di esplorare in profondità i versi di Montale, che nessuno ha saputo o voluto spiegarle, è una metafora, l’eccezione di un sistema che quella volpe di Franceschini vorrebbe varare. “Forse un mattino” specchiandoci ci accorgeremo di essere diventati «uomini che non si voltano», tra un viavai di passanti che canticchiano versi di De André, nella migliore delle ipotesi. Ci saremo perlomeno liberati dall’imbarazzo d’ammettere di non aver letto questo o quel classico, orgogliosi di aver mandato a memoria le parole di una canzone di De Gregori. Ascoltare “Buona notte fiorellino” non è come leggere l’Odissea di Omero, con tutto quello che le peripezie di Ulisse hanno significato nel corso dei secoli e con gli impliciti concetti che hanno lasciato sedimentazioni e dilatazioni culturali nella formazione dei giovani lettori. Intanto apprendiamo dall’ISTAT che sei corregionali su dieci nel 2014 non hanno sfogliato un libro e che più di 40 mila famiglie umbre non ne hanno in casa. Ad aver letto qualche pagina è il 39% della popolazione regionale, una percentuale inferiore alla media nazionale (41,3%) e di quella del 2013, quando i lettori erano il 41%. È proprio il caso di dire sono solo canzonette.


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