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È tutto così giusto, eppure così grottesco. Manderemo giù anche questa pillola delle macroregioni, come abbiamo mandato giù l’aumento delle tasse, il bivacco di Montecitorio, la soppressione – non soppressione – delle Province, la riforma pirotecnica del Senato, gli schizofrenici colpi di scimitarra alla Costituzione. Picconate lemme lemme che, una dopo l’altra, scavano la roccia. “Di roccia solo la capoccia”, urlavamo scappando dagli zucconi tutti muscoli ai tempi della scuola, ma solo perché non riuscivamo ad abbatterli a cartellate. Sui presupposti del bullismo è iniziata – prendere o lasciare – la lotteria delle macroregioni. Nessuno può sapere con certezza che fine farà l’Umbria e con essa l’Italia che passerà da venti a dodici regioni. Con chi sarà aggregata? A chi dovrà rispondere? Una cosa è certa: questa entità geografica ben presto sarà un lontano ricordo. “Umbria ovvero ducato di Spoleto” si leggeva in margine alla carta di Giovanni e Cornelio Blaeu, pubblicata tra il 1623 e 1631. Chi volle fare di tutt’erba un fascio di questi territori divisi e storicamente diversi (più attenti alle vicende dei singoli centri e di aree determinate che a quelle dell’intera regione) è servito. L’Umbria – una delle regioni in cui Augusto aveva diviso la penisola nel I secolo d.C. – tra poco svanirà. Ma siamo certi che sia esistita veramente? O invece si è trattato di una costruzione mentale, di una percezione amministrativa? L’appellativo Umbria fu forzatamente imposto a tutta l’attuale area geografica, di qua e di là dal Tevere. Solo Sicilia, Sardegna e Lombardia conserveranno il loro originario nome. Parafrasando Shakespeare (Romeo e Giulietta, atto II, scena del balcone) potremmo affermare: “What’s in a name?”. In fondo che cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa, se avesse un altro nome profumerebbe lo stesso. Ma è proprio vero? E se la riforma in mancanza di un punto di riferimento comune aguzzasse pericolosamente i campanili delle singole città? Comunque la trasformazione non è più rinviabile. I servizi e le economie di scala necessitano di un vasto territorio da gestire. Anna Mossuto scrive da anni dell’Italia di Mezzo, delle dimensioni territoriali che dovevano essere riviste per una più idonea e meno dispendiosa gestione delle infrastrutture e dei servizi, della diminuzione dei costi. Sono finite le vacche grasse. Che nessuno sputi sul passato, però, perché il regionalismo ha dato il suo importante contributo alla crescita delle comunità locali, alla tutela del patrimonio storico e ambientale, al diritto alla salute, allo sviluppo delle infrastrutture e dell’impresa, all’allargamento del welfare. Attenzione a non rinnegare le ragioni di un sano federalismo sulla spinta della crisi. Nondimeno va messa a profitto l’esperienza negativa degli sprechi di denaro pubblico e della dispersione delle risorse. Ciò che non dobbiamo permettere sono le decisioni prese dall’alto, che ci restituirebbero alla nostra storica marginalità. Il collegamento con le Marche, che a suon di infrastrutture passa attraverso la Quadrilatero, ci ha indicato la via per valorizzare i pezzi di un’economia capace di mettere insieme i tanti talenti di queste zone interne: la forza della manualità, il valore della manifattura, le tradizioni comuni dei territori, il modo condiviso di vivere la vita, la fabbrica e l’imprenditoria. Sembra decisa l’annessione al Granducato, sebbene la nostra economia si esprima in marchigiano. Cosa altro dovevamo aspettarci dalla cultura di partito che prevale sempre sulle istituzioni? Intanto le consultazioni regionali (mica macro-regionali) sono alle porte. Battete un colpo, candidati.


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