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Che fatica promuovere le eccellenze umbre. Prendiamo i nostri eroici produttori di vino – da Orvieto a Torgiano, da Amelia a Todi, dal Trasimeno a Montefalco – che a Verona hanno saputo attirare l’attenzione del mondo enologico. Per loro il 49esimo Vinitaly è stato il banco di prova di Expò 2015. Erano presenti 70 aziende umbre, compreso Massimo D’Alema di cui ammiriamo il coraggio, perché sul vino un conto è lavorarci come presidente del Consiglio, un altro è investirci sudore, tempo e risparmi. Peccato che lui ci sia arrivato in ritardo. I politici dovrebbero passarci dalla gavetta, sbatterci il muso, sincerarsi prima di prendere le loro decisioni, quali siano effettivamente le tribolazioni di un settore così rilevante e negli anni così trascurato. Ma si sa, la vita è fatta al contrario. L’Umbria non è più la Cenerentola del vino grazie agli investimenti di poveri cristi, molti dei quali ci hanno lasciato le penne. La concorrenza mondiale è spietata e le politiche agricole quasi mai rispecchiano le aspettative dei produttori. Fino agli anni Sessanta questa regione aveva il sapore di un grappolo d’uva appena colto dalla pianta. I suoi vini rivelavano il mistero delle zolle e la presenza premurosa della mano tradizionale dell’uomo. I più intraprendenti iniziavano allora ad abbandonare l’agricoltura promiscua della vite che cresceva sparsa, maritata all’acero o alla bianchella, in promiscuità con i foraggi. Erano soprattutto gli ulivi a caratterizzare il paesaggio agrario umbro. Ancora sul finire degli anni Settanta quella umbra poteva definirsi un’enologia arcaica. Oggi assistiamo con orgoglio alla continua evoluzione del settore vitivinicolo umbro. I produttori utilizzano le moderne tecnologie per ottimizzare la vinificazione, per evitare l’impatto sul territorio, per migliorare la qualità, senza mai trascurare gli insegnamenti del passato, recuperando i vitigni autoctoni che definiscono l’identità italiana e della nostra regione. I mercati hanno finalmente compreso che il meglio di questo settore può arrivare dai luoghi più inaspettati. Negli Stati Uniti, che costituiscono uno dei mercati più interessanti per il vino (in attesa che la moltitudine dei cinesi strappi loro il primato dei consumi) gli appassionati del vino ricercano le novità, le uve insolite e autoctone che raccontano, attraverso la qualità, le piccole stupefacenti realtà dell’Italia. Il vino è anche ambasciatore dei territori e si coniuga perfettamente con il marketing turistico. Lo sanno bene le 37 cantine protagoniste a Verona del tasting di Opera Wine, la top 100 d’Italia di Wine Spectator, selezionate tra i migliori produttori italiani. Insieme a Ricasoli, Allegrini, Argiolas, Biondi Santi, Tasca d’Almerita, Jermann, Planeta, Livio Felluga, Ferrari e Donnafugata, per fare solo qualche nome, erano presenti i nostri Lungarotti, Falesco e Caprai. Sfogliamo alcuni libri ormai rarissimi: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli (1961); “Il libro d’oro dei vini d’Italia” di Cyril Ray (1966); “Vini rossi” e “Vini bianchi e rosati” di Stefano e Alberto Zaccone (1971); “Saper bere – dal Barbera al Whisky”, di Luigi Marinatto e Francesco Zingales (1974); l’“Atlante dei vini d’Italia” (1978), di Burton Anderson. Questi testi sacri confermano che nella storia dei territori consacrati all’enologia, le tre DOC allora riconosciute (Orvieto, Torgiano e Colli del Trasimeno) non meritavano che una fugace menzione. Per assistere al decollo dell’enologia umbra, a lungo confinata in uno stato di abbandono, abbiamo dovuto attendere molti anni, contrassegnati dalla figura pionieristica di Giorgio Lungarotti e successivamente dall’exploit del Sagrantino. Oggi la situazione è cambiata. Questa regione è connotata d’incomparabili armonie e sfuggenti identità, secondo i fenomeni che più o meno consapevolmente l’attraversano. Il vino, si sa, non è solo quello che – talvolta con fastidiosa gestualità – volteggiamo nel calice, ma è soprattutto tante storie che vi ruotano intorno. È benessere e prosperità dei luoghi in cui è prodotto, risorsa per i bilanci locali, movimento di turisti e possibilità occupazionale. L’Umbria è un bicchiere, il cui contenuto va manovrato con cura e attenzione. Solo così i contrasti apparenti e le piccole spigolosità potranno farsi al palato del mondo note armoniche e lievi. Perché riveli il suo sapore è necessario dedicargli tempo, conoscenze e attenzioni. Sia in cantina che nelle strategie promozionali. Chi vuol capire capisca.


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