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Donare mimose costituisce il rimedio retorico di una società maschilista che prova a scaricarsi la coscienza. Peccato che l’otto di marzo i venditori improvvisati di questi fiori raddoppino i prezzi con la stessa scaltrezza dei pusher di ombrelli, che spuntano come le lumache nei giorni di pioggia. Siamo figli di una società distratta e fin troppo liquida che ha ereditato ben poco dal disusato feticcio femminista. Del femminismo rimane solo il bombardamento politicamente corretto di quanti invocano – sebbene giustamente – le donne al governo o nei ruoli chiave delle istituzioni. Questo succede più che altro in Italia. È curioso che, a distanza di tanti anni dalla nascita dei movimenti per i diritti delle donne, nella patria di Lisistrata, la Grecia, il rivoluzionario conservatore Alexi Tsipras non si sia circondato di loro. Spesso la donna possiede, in politica come nei ruoli dirigenziali, qualità maggiori rispetto all’uomo. Lo dimostra Angela Dorothea Merkel, che dal 2005 detta legge all’Europa, dall’alto della sua carica di Cancelliere della Germania. Eppure in Italia più che per le innegabili capacità, le donne chiedono di essere valutate secondo una prestabilita quota rosa, come se si trattasse di una questione di numeri, di doverosa parità. È così che riaffiorano il malinteso e il malcontento dell’antico ragionare femminista, mentre il matrimonio gay ruba loro la scena, perché la politica rivendica sempre nuove frontiere in tema di battaglia sui diritti, specialmente ora che l’indifferenziazione sessuale è eletta a ideologia. Nel mare magnum dei diritti tutto si annacqua, diventando spunto per i social network. Tutto si fa schiamazzo indignato, che mira a una difesa dall’alto con la conseguente imposizione di una regola, quella della parità di genere nelle liste elettorali. È così che l’8 marzo diventa giornata commemorativa, museale, appunto, compravendita di mimose. L’ipocrisia e la retorica servono a ricordarci che al femminismo delle origini (inteso come sacrosanta rivendicazione dei diritti della donna, ma anche come storytelling ideologico) è subentrato un femminismo di Stato. Un femminismo dei numeri. Qualcosa di simile accadde con l’arca di Noè, ma in quel caso la parità di genere fu imposta dal ruolo naturale e inevitabile assegnato alla donna da chiunque l’abbia creata. Nel carosello delle banalità, che in fondo nascondono sempre un po’ di verità, fa tendenza affermare che le donne andrebbero onorate sempre e non un solo giorno. Lo si sente in giro, lo si legge nei social. Se l’auditorio è del genere naïf, e spesso lo è, questa verità rivelata costituisce garanzia di larga approvazione. Quanto al rametto di mimosa, fiore molto evocativo tuttavia maleodorante, può accadere che se lo regali hai la coda di paglia o nella migliore delle ipotesi ti stai nascondendo dietro uno scontato formalismo. Se non lo regali ti additano come uno sgradevole maschilista. In tema di parità sessuale siamo ancora all’età della pietra. Quello che stupisce è che tale parità si possa ottenere attraverso le leggi, e che, invece, non provenga da una rivoluzione interiore, collettiva, condivisa, delle quotidiane abitudini. Nondimeno la società ha preso finalmente atto dei diritti sacrosanti della donna. È ormai lontano lo spettro di antichi ricordi, quando le donne dovevano lottare per affermare la pari dignità tra i due sessi, dignità che oggi nessuna ragazza europea sente realmente messa in discussione. Ma il confine tra dignità e diritti è ancora incerto, mentre il rispetto, quello vero, non si acquisisce in ambito legale.


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