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A nessun spellano verrebbe in mente di mettere sotto formaldeide un raponzolo, come ha fatto Damien Hirst con lo squalo tigre. A Spello i raponzoli se li mangiano, anche se costano quaranta euro al chilo (“stateci voi per tre ore a schiena bassa” ci dice l’anziana contadina che li raccoglie tra le balze di Collepino). Durante una cena letteraria organizzata da Elvio Marchionni, scopriamo che in tempo di revisione di spesa l’arte riparte dal raponzolo. Il Maestro, così lo chiamano indistintamente i compaesani, riunisce periodicamente davanti a un piatto di lumache con contorno di erbette campagnole, intellettuali, politici, monsignori, giornalisti, artisti e muse graziose: tutti personaggi più o meno noti alle cronache, che si confrontano su argomenti culturali. Per condurre un salotto bisogna esserci tagliati come il nostro anfitrione i cui ospiti sono sempre all’altezza di sostenere argomenti che spaziano dalla pop art alla action painting, dalla storia alla filosofia, dalla politica ai fatti di costume. Se ci si dispone con lo spirito giusto insieme alle persone giuste, possono anche nascere buone idee. Sedersi a tavola al fianco di qualcuno costituisce un gesto forte. Sta all’intelligenza del padrone di casa la scelta degli invitati e l’assegnazione dei posti. La conduzione di un salotto può ben rappresentare un modo per incidere sulle opinioni altrui attraverso convinzioni ideologiche modellate nel luogo di ricevimento. Marchionni – artista che ha approfondito negli anni le tecniche pittoriche medievali – sebbene non sia laureato in storia dell’arte ad Oxford, ha tante cose da raccontare nel suo atelier con cucina a vista e pavimento affrescato. Peccato che il grande camino, capace di cuocere spiedonate di carni, sia spento per cause di forza maggiore. Ciò nondimeno egli tiene acceso il suo cuore generoso ispirato al symposium greco, luogo della dialettica che nutre anima e corpo. L’atelier di Porta Chiusa (il nome non inganni) è il posto meno adatto per gli stereotipi dell’arte concettuale, quella in cui le idee espresse sono più importanti del risultato estetico e percettivo dell’opera stessa. Può capitare che dopo il primo bicchiere un componente della Pontificia Università Lateranense istruisca i presenti sui culti e sui riti per la terapia della febbre in età medievale o sui santuari terapeutici consacrati a San Michele Arcangelo. Dopo il secondo bicchiere si può verificare che un direttore di banca o un ex sindacalista con il pallino della politica dileggino esperienze artistiche come la minimal art, la land art o l’arte comportamentale. E non per piaggeria nei confronti del Maestro, ma perché la spellanitudine è cresciuta all’ombra della Cappella Baglioni e non a quella del bronzo di 15 chili di una compressa di Viagra concepita da Gerry Dunkan. Gli insegnamenti che Marchionni è in grado di trasmettere ai suoi allievi provenienti da mezza Italia non si rifanno all’opera vivente del Collettivo Arterio, incentrata su una possente ruota per criceti sospinta da una schiera di precari laureati, che rispondono dai telefoni di un call center. Quella è roba da far rigirare nella tomba Pinturicchio e Perugino. Nella bottega con cucina a vista (dove i cavalletti da pittore fanno concorrenza al frigorifero e le tavolozze rubano spazio ai tegami) modelle celestiali spentolano tra una sessione di pittura e l’altra, senza concedere nulla all’iperrealismo dell’assurdo. Perché le tele sono tele e le lumache sono lumache: le prime da dipingere e le seconde da mangiare. L’opera d’arte non funziona se non ci è rivelato il codice per decifrarla. In un mondo che cambia vertiginosamente avvertiamo la necessità di linguaggi familiari e non quella d’imprese artistiche spiazzanti, inafferrabili e enigmatiche, che creano solo disagio. Meglio le immagini sgretolate dal tempo, i frammenti di pittura murale, gli affreschi strappati, le Madonne con Bambino o – se preferite – i nudi universali. Nulla è più comprensibile di un corpo scoperto dipinto su una tela. Non sappiamo che farcene di istallazioni che camminano e di artisti ossessionati dal desiderio d’essere considerati tali. Colpisce l’urgenza del Maestro di circondarsi di giovani pittrici per avviarle ai percorsi dell’arte. Se ne giova la città delle infiorate, così distante dalla macelleria culturale della Leopolda. Ieri mattina il ministro Franceschini è stato accolto dal giovane sindaco Moreno Landrini. Tremiamo al solo pensiero che si sia spostato per trasformare quella città d’arte in un ingranaggio per far soldi nelle mani di manager interessati. Ora che i Norberto e i Tisato non nascono più (e nemmeno i Marsilio Ficino, i Leon Battista Alberti o le Gertrude Stein) teniamocele care le cene di Marchionni, che invitano alla conquista della libertà intellettuale e all’abbandono delle mode senza incidere sulla legge di stabilità. Perché le lumache e i raponzoli il maestro se li va a cogliere da solo, offrendo spunto per una sorta di carboneria culturale che presto o tardi, quando ci saremo ripresi dalla botta, ci permetterà di investire nuovamente sulla bellezza. Senza oltraggiarla con la formaldeide.


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