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Il degrado delle nostre città non è il frutto di un malaugurato incidente, ma un obiettivo reale della politica dominante. La chiacchieratissima ordinanza antismog del sindaco di Foligno uno scopo lo ha raggiunto. Quello di aver gettato un sasso nello stagno dell’inerzia di chi ci amministra, ma anche nel pozzo sordo degli amministrati, che poi siamo noi, avendo prescelto gli amministratori. Sono in molti ad essersi accorti della stretta relazione tra comunità e ambiente, tra politica agita e condivisione dei beni comuni. E’ questo l’unico cemento possibile tra istituzioni e società civile. Eppure di altro cemento ci toccherà perire. Anni di insensibilità politica – ma anche di acquiescenza dell’opinione pubblica – hanno contribuito a impoverire gli spazi fisici della nostra regione. Il calcestruzzo si sta sostituendo alle aree coltivabili. Hai voglia ad organizzare fiere alimentari e convegni sui prodotti di qualità, se ti sei pappato tutti i suoli. Hai voglia a promuovere il patrimonio culturale – e con esso il turismo – se il paesaggio sparisce sotto l’azione dei Caterpillar. Amministrare richiede competenze tecniche, conoscenza dei luoghi e della loro storia, sufficiente sensibilità per orientare l’azione politica verso obiettivi futuri. Confidiamo nel neoeletto presidente della Repubblica, nella speranza che si erga a difesa dell’istruzione, della cultura, della bellezza e del paesaggio, fondamenta imprescindibili sulle quali fu edificata la Costituzione. La sensibilità degli amministrati anticipa sempre quella degli amministratori. Sapranno le nostre città – specie quelle di pianura dove la crescita demografica s’è fatta maggiormente sentire – ritrovare le motivazioni perdute, ricostruire elementi di comunità in forme aperte, relazionali e solidali? Smog, cemento e indifferenza sociale trasfigurano le periferie di Perugia, Foligno, Spoleto, Terni, Bastia Umbra, Città di Castello, condannandole a luoghi senza futuro. Chi lo avrebbe detto qualche decennio fa che tutto questo si sarebbe verificato in Umbria? Altrove dove sono maggiori le esperienze di gestione condivisa dei beni comuni si sta già correndo ai ripari: si parla di modifiche dei piani regolatori a zero consumo di suolo, di Transition town, di Slow city, di orti urbani collettivi, di ecomusei, di ospitalità diffusa, di Gas, di co-housing, di ecovillaggi, di condomini solidali, di mercati contadini, di reti di scambio reciproco dei beni, di permacultura. Non possiamo ignorare che il futuro dei figli richiede tutto il nostro sforzo di comprensione. Chi siede negli uffici urbanistici, chi edifica o restaura, chi concepisce centri urbani, chi pianifica un territorio, ha il dovere di intrecciare una relazione intima e profonda con i luoghi. C’è solo un modo per farlo, porsi in una condizione d’ascolto cercando di distinguere l’invisibile che sta dietro al visibile, entrare in contatto con l’essenza del frammento di Terra sul quale siamo chiamati ad adoperarci. I luoghi evocano, ci rincorrono e si fanno scoprire, anche in profondità. Gli antichi Umbri conoscevano l’importanza e la sacralità di questo processo, al punto che in occasione di ogni “Primavera Sacra” la scelta del luogo dove costruire una nuova colonia era affidata, ad un sacerdote, qualcosa di più che un rabdomante come ce ne sono tanti negli uffici urbanistici; un personaggio tra il condottiero e l’architetto, che sapeva interpretare presagi, segni, narrazioni, semiologie, oltre che elementi geografici; un custode dei semi, che solo lui, interpretando il volo degli uccelli sacri, decideva dove piantare. Per questo le città, prima dell’avvento degli sciagurati satrapi, potevano definirsi numinose, colme della presenza di un nume, pervase da un’aura di sacralità. L’aneddoto può tornare utile a chi voglia accostarsi ad una più attenta e rispettosa scienza dei luoghi, ad una architettura più consapevole, più umana, all’interno della quale, da eredi di quegli inarrivabili Umbri da cui discendiamo, potremmo tornare a conoscerci, a scambiarci idee, pratiche e saperi, coltivare e condividere la buona semenza, fonte di ogni conoscenza.


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