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Che fine ha fatto l’Umbria campagnola che alle spiedonate di salsicce e grasso e magro alternava una foglia di alloro dei suoi poeti coronati? Ai nostri vecchi non sarebbe venuto in mente di nutrire il pianeta. Era già tanto che riuscissero a sfamare le loro famiglie. Invece, Expo 2015 proporrà soluzioni per salvare il mondo dalla fame. Il cibo sarà il tema centrale della fiera mondiale, che per due settimane ospiterà i prodotti dell’Umbria, soprattutto cioccolata. L’umanità, per sopravvivere, ha sempre cercato un equilibrio tra disponibilità e consumo delle risorse. Lo sanno i contadini, che lo hanno spiegato a Carlin Petrini, che lo ha insegnato ad Havas Worldwide Milan, che a sua volta ha sviluppato per Expo un format crossmediale sui molteplici significati della nutrizione. Quant’acqua è passata sotto i ponti da quando mangiare entro i confini della propria regione costituiva una esperienza unica, improponibile altrove. Spoleto era nota come la città umbra dove si mangiava meglio. Chi ci passava non aveva bisogno di guide, di consigli, di indirizzi. Bastava infilare la porta della prima trattoria per pranzare con soddisfazione e pochi spiccioli. A rendere buona e genuina la cucina spoletina avevano concorso i nobili di antica schiatta longobarda e papalina, le Perpetue dei ghiotti prelati, il popolo bue e i norcini che calavano in città per portare al mercato – o ai proprietari delle terre – teneri agnelli, ricotte tremolanti e insaccati sopraffini. Gobbi, sedani neri, frutta, ceste d’uova e damigiane di Trebbiano provenivano dagli orti del Clitunno o dai colli martani. L’olio arrivava da Campello. Nella valle spoletana, non ancora cosparsa di cemento, pascevano i buoi del Carducci e le greggi transumavano su e giù da Patrico e da Pettino. Le lepri, le beccacce e i tartufi, che avevano allietato le tavole dei duchi, esaltavano quelle delle trattorie: Sportellino, Pecchiarda, Sciattinau e Panciolle. Mentre il Festival l’additava al mondo, Spoleto sfoggiava le sue semplici prelibatezze a registi, tenori, artisti, ballerini, ministri e bongustai, che al mangiare cittadino preferivano quello campagnolo. All’Expo, oggi, la chiamano “visitor experience”. Chissà quante risate si sarebbe fatto il Sor Clemente nel sentire questo termine coniato per gli spot, gli eventi, i contenuti, i percorsi tematici e le grandi architetture fieristiche reclamizzate dalla mascotte Foody? Il Festival di Spoleto, che non fu soltanto opera e balletti, svolse con successo il ruolo di testimone all’estero della cucina umbra e italiana: che poi è la stessa cosa se è vero che in quella città si è sempre mangiato come a Roma. Un mangiare sostanzioso, ricco di sapori, sfrigolante d’olio, forte di pecorino, rinforzato dall’aglio con cui si aromatizzavano le carni rosa e i fegatelli delle porchette distese sul loro giocondo letto di morte. Oggi anche nella città dei duchi si mangia gastrofighetto per mancanza di quella materia prima che faceva grande l’unto degli spezzatini, impareggiabili i sughi dove affogavano le lumache, inarrivabili le pappardelle col ragù di caccia e gli strangozzi con i sanguinelli. Dove trovare scampo ora che dai colli non calano più i carretti tirati dai cavalli storditi dalle esalazioni del carico di vino? Non a Perugia, approdo di habitué delle enoteche, dove scorrono vini biodinamici misti a note Jazz. La città di Angelo Valentini e Rita Boini ha definitivamente perso i suoi mercati alimentari. Oggi il testimone è passato a Jacopo Cossater e Antonio Boco, che non riescono a tener il passo all’avvicendarsi dei locali mordi e fuggi, più lesti delle loro penne. Non nella Foligno by night dove la movida ha infettato persino le ricette. La città ha bisogno di ben altro che vanitose bollicinerie, risicati grottini e confuse mangiatoie a buon mercato. La cucina umbra è morta ad Assisi, dove in segno di lutto – e di dispetto – funzionano i distributori automatici di vivande ad uso del pellegrino. Sopravvive a stenti persino a Spello, Montefalco, Bevagna e Todi, città sostenute dai visionari travel blogger. Sopravvive a Gubbio dove quei testoni devoti a S.Ubaldo sono rimasti graziosamente legati alle loro tradizioni. Del resto gli Umbri veri, cresciuti a Crescia, Friccò e Brustengo, vengono tutti di lì. E tu, Augusta Perusia (che commissionavi alla friggitoria Fedeli il baccalà, il cui profumo invadeva il salotto buono, che salotto più non è) dimmi cosa mangi e ti dirò cosa sei diventata. Salvaci Eugenio, siamo in balìa del tuo mare di cioccolata.


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