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Entriamo nel locale annerito dal fuoco delle muffole e respiriamo la storia dagli stampi di argilla. Solo così, ci avverte la guida, possiamo comprendere la distanza incolmabile del gusto umbro per la ceramica dalle lineari metodiche dell’arte moderna. La tecnica del lustro ha trovato a Gualdo Tadino una sua interessante continuità. L’antica rivalità con la vicina Gubbio – attestata fin dalle Tavole Iguvine – contribuisce ad allargare le due sponde del Chiascio. All’ombra del palazzo dei Consoli si sente ancora affermare che la regola artigiana del lustro è andata perduta. A visitare il museo opificio Rubboli, inaugurato di recente, si avverte l’esatto contrario. Visitando quel luogo antico ci sentiamo orgogliosamente umbri, anche se il suo fondatore proveniva da Pesaro. Paolo Rubboli si limitò a seguitare l’arte di Mastro Giorgio Andreoli. Ci sono imprese che segnano profondamente il fluire degli eventi e dei modi in cui l’arte stessa si forma, nelle quali le fortunate conseguenze si misurano sul filo dei secoli che attraversano. Alcune di queste hanno assunto una funzione essenziale nel determinare svolte rilevanti nel linguaggio del metodo, condizionando le costruzioni mentali di apprendimento di più generazioni. Nel campo della ceramica artistica – di cui l’Umbria è una piccola patria – Paolo Rubboli, rimane un gigante. Ecco perché a Gualdo, e solo a Gualdo, sopravvive l’ultimo forno a muffola esistente al mondo, da lui progettato intorno al 1870. Esso costituisce una versione modificata di quello di Mastro Giorgio, copia fedele dei forni rappresentati da Cipriano Piccolpasso nel suo trattato cinquecentesco sull’arte del vasaio. Gli eredi dei Rubboli sanno ancora come ottenere dal forno a muffola i celebrati lustri oro e rubino in terza cottura, mediante la bruciatura di fascine di ginestra. La tecnica è ancora usata da Maurizio Tittarelli Rubboli. L’ottocentesca sede del museo ospita una collezione di importanti maioliche che vanno dal 1878 agli anni sessanta del Novecento. La notizia non è di scarso rilevo nell’era della riproducibilità seriale dell’arte, perché il recupero dei forni ottocenteschi corrisponde al recupero delle tecniche antiche tramandate di generazione in generazione. Cosa dovremmo dichiarare patrimonio immateriale dell’umanità se non una tecnica artistica che sembrava scomparsa, in grado di coniugare la superiorità artigianale del Rinascimento umbro con la contemporaneità? L’associazione Rubboli è la risposta migliore alle malignità sulla pretesa sparizione delle pratiche artigianali, e quindi artistiche, originate dalla raffinatezza delle tradizioni locali, la cui sopravvivenza riflette il drastico metodo di selezione che la storia ha adottato nei confronti dei discutibili metodi dell’arte contemporanea. A Gualdo Tadino i turisti non ci si spingono, forse perché leggermente fuori rotta per le loro gambe pigre. Eppure questa città dalla periferia devastata varrebbe un viaggio, non solo per i suoi monti, per la sua natura e per le sue memorie, ma soprattutto per quel patrimonio di bellezza che non balza agli occhi, se non prudentemente ricercato. Sarebbe ingenuo pensare che un posto simile rappresenti solo se stesso. Rappresenta prima di tutto la personalità e le intenzioni di chi si tramanda, di padre in figlio, un arte altrimenti in dismissione. La riscoperta di un’arte è sempre un atto di violenza. La sua prosecuzione no, è un atto di riguardo, una tappa fondamentale nell’invenzione del concetto di modernità, che lo crediate o meno. La città, come la ceramica, non possono rimanere sempre uguali a se stesse. Devono rinnovarsi ripartendo dal passato, se intendono riaffermare il loro rapporto con la storia e riaffermare la loro presenza sul mercato. Quella che per i visitatori distratti del museo è solo bellezza, per i nostri predecessori era un patrimonio di esperienze estetiche, una forza viva da onorare e da placare. I gualdesi di una volta alzavano gli occhi al Serrasanta e al Penna per ammirarne le vette. Da perfetti Umbri salivano su di loro per edificarvi altari, ammirare panorami perdendosi nell’immensità del tutto fino all’Adriatico da dove erano venuti. Ignoriamo in che modo questo avesse a che fare con l’arte, ma siamo sicuri che quegli antichi Umbri vedevano nell’ambiente circostante una risorsa e mai una minaccia da cui difendersi. Dal bello della natura al bello dei manufatti il passo fu breve. Erano i luoghi medesimi ad ispirare interesse e devozione. Dove l’uomo antico aveva gli occhi noi abbiamo PIL. Compiaciuti dallo sguardo interiore, abbiamo smarrito quello originario. E’ così che ci consegniamo a visioni da catalogo che appartengono a tutti e a nessuno. E’ così che non siamo più capaci di riconoscere il bello che ci circonda. L’impercettibile incrinatura – a seguirla filo filo – s’estende e manda in frantumi il vaso. A Gualdo lo sanno. Se non preserviamo il processo, non basterà un museo a conservare la memoria.


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