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L’Umbria è una regione plurale. Piccola, ma plurale. Prendiamo ad esempio la Valnerina, che attinge la sua bellezza da un’aura misteriosa, irripetibile e conserva intatta la sua diversità, le sue minuziose griglie, i suoi spazi nascosti, la sua eterna avventura dello Spirito. Gli squilibri territoriali contribuiscono a mantenere inalterato il volto dei luoghi, preservano i fattori antropologici e tradizionali, restituiscono le abitudini, le funzioni e le pratiche radicate nelle popolazioni. Se altrove i non luoghi spuntano come funghi è in Valnerina che si compie la téchne dell’abitare, con benedettina e mai estinta passione. Nell’attuale periodo di crisi dei valori questa fetta di territorio umbro si propone come baluardo della nostra identità religiosa, letteraria e architettonica; si mostra come spazio politico a sé stante, con le sue regole, i suoi temi, le sue espressioni ricorrenti e l’indipendenza culturale dal resto della regione. La gente sembra inattaccabile dalle fiammate febbrili e secolarizzanti di questo scorcio di secolo, dall’imbroglio dei tempi per cui la cultura dominante delegittima ogni cosa con i dubbi corrosivi della decadenza culturale. Oggi che il mondo torna a parlare della piccola Grecia, ci piace ricordare quanto anche San Benedetto abbia contribuito alla nascita della cultura europea. Si discute di macroregioni in grado di garantire una maggiore efficienza ed economicità della programmazione territoriale. Si dibatte di costi della politica, di riduzione degli apparati e degli sprechi. Si ipotizza il trasferimento verso l’alto di funzioni legislative. Ben venga la riforma. L’istituzione delle macroregioni non si pone in contrasto con le esigenze connesse alla tutela dei territori emarginati, perché nessun governo centrale potrà mai fare peggio di quanto è stato fatto in Umbria finora dai governi regionali in materia di “Public Policy”. Lo stravolgimento degli attuali assetti, previa l’istituzione di un modello di aggregazione dal basso, (anche attraverso la modifica diretta della Costituzione) non sarà fatale per i territori di frontiera. Anzi, potrebbe costituire il sistema migliore per non disperdere quelle risorse da sempre convogliate verso i soliti rovinosi obiettivi imposti dal capoluogo. Siamo ad un bivio storico. C’è il rischio che gli assetti ridisegnati dalla legge di riforma colpiscano più Perugia che la Valnerina. L’equazione è invariabilmente applicabile a tutte le zone considerate di frontiera. Matera insegna. La scommessa è di far convivere memorie e tecnologia, tradizione e metamorfosi, tessuto sociale e innovazione; di fronteggiare il moltiplicarsi delle menzogne e delle lusinghe entro gli spazi naturalmente disponibili alla politica e contemporaneamente permettere alle popolazioni marginali di uscire dall’arretratezza, puntando sui valori in campo, prima che questi siano definitivamente cancellati. La Valnerina avverte ancora quel fluire di vita nascosta che per secoli la rese creativa e presente al suo tempo. Non piangerà sulle ceneri dell’Umbria, perché a sue spese ha imparato che Perugia è da sempre più lontana di Roma. Tanto vale che si privi dei riferimenti politici, amministrativi e geografici del “fu” Capoluogo. Avverte, oggi più di allora, la sua condizione di territorio sospeso tra due ambiti apparentemente contrastanti tra loro. Due ambiti che procedono a ritmi lenti, ma irresistibili, tra desacralizzazione nihilista e memoria intellettuale; tra prassi mercuriali – con cui lanciare assalti ai mercati alimentari – e professione ascetica, inspiegabilmente capace di dialogare con un brand consolidato e proponibile senza sforzo al resto del mondo. Altro che “VeryBello”.


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