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Abbiamo festeggiato anche ‘stavolta, mestamente. Smaltito il pranzo di Natale e il Cenone di San Silvestro, torniamo a raschiare il fondo della pentola. La pausa natalizia ha concesso agli umbri una tregua alle preoccupazioni, ha interrotto il loro lavoro quotidiano. Essa non si oppone al lavoro, gli e complementare, lenisce le ansie e crea le condizioni per una sospensione dalle afflizioni. Il tempo festivo non andrebbe contaminato con gli assilli, così come quello lavorativo non andrebbe scialacquato in atteggiamenti festivi fuori tempo. Le due sfere – quella del riposo feriale e quella delle angosce lavorative – non sono in opposizione, ma si completano a vicenda. Ma a partire da oggi tutti i nodi tornano al pettine. Ieri mattina le strade di Perugia, Terni, Foligno e Spoleto si mostravano deserte. Meglio venirci in primavera o in estate in Umbria, per non incappare nella vista di certi logori alberi di Natale che ne abbruttiscono le piazze. Sono i presepi i veri simboli della resistenza – non solo liturgica – di questa regione sempre più francescana, sempre meno benedettina. I Natali sfavillanti abitano altrove, perché da queste parti il modo di concepire la sacralità è diverso da quello dei paesi anglosassoni, dove il cristianesimo è stato costretto a mediare con l’industria del consumo. Mai come quest’anno ci si è resi conto che Greccio è a due passi da noi. Il Natale umbro è tornato ad essere una festa della famiglia, dell’intimità domestica e dei bambini sopravvissuti all’ottava generazione di Play Station. E’ tornato ad essere una festa del Cristo, perché dove l’economia stenta Gesù nasce senza scomodi mediatori. Nel mondo rurale, agricolo, pastorale, montanaro di alcuni secoli fa le feste scandivano il calendario. Eppure il legame affettivo con il passato ha poco senso se rimpicciolito a proporzioni meramente sentimentali o se accampato dalle comunità sulla base di una pretesa, ormai logora, di autonomia culturale dei ceti subalterni. E’ inutile recriminare per le veglie davanti al fuoco d’una volta, quando si recitava il rosario, perché questa funzione aggregante ormai l’hanno assunta la televisione e i social media che utilizziamo per condividere immagini e contenuti testuali. Niente più veglie, allora, niente più comunicazione orale, sono finiti gli scambi interpersonali legati ai cicli calendariali. Addio ai significati escatologici. Eppure un filo sottile resiste e riconduce gli umbri al loro passato. Abbiamo letto un bel libro inchiesta sulla Valle del Chienti: “Questo trenino a molla che si chiama il cuore” di Loredana Lipperini, umbro-marchigiana nata e cresciuta a Serravalle. L’autrice lo presenterà il 10 gennaio prossimo alle ore 17,00 presso le Casermette del parco Colfiorito. Fateci un salto. Mi sembra un bel modo per dibattere delle tradizioni della nostra montagna, “di strade che si aprono quando si ricostruisce”, di strade che si chiudono per sempre, di paesaggi contemplati nella via, di compagni di viaggio con cui abbiamo condiviso il nostro tempo. Perché gira gira – come ci ricorda Kavafis – è il viaggio, che conta, non la meta.


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