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Oggi ci è più difficile parlare di campanili, di realtà regionali, di spazi che mettendo in contatto separano e separando mettono in contatto. Ci è difficile parlare di comuni, province, regioni o macro regioni. Continuiamo a menarcela in televisione, sui giornali, nei dibattiti pubblici, nei luoghi plurali della politica. Raccogliamo frammenti, operiamo distinguo, analizziamo le divisioni, le faticose ricomposizioni, intingiamo il pennino nel calamaio oscuro della politica, con le sue debordanti promesse, le sue ritirate, le sue mappe disegnate sulla sabbia e subito guastate. Chi scrive, addirittura, ne ha fatto una rubrica fissa (Umbria Felix), per parlare di persone, storie, cose, culture, identità tra discordanti a pochi chilometri distanza una dall’atra. Anche ‘sta volta avremmo voluto parlare di Quadrilatero, di strade che si aprono e strade che si chiudono, di (ci scappa da ridere) del dualismo Foligno e Spoleto, che rivendicano la loro identità e sfidano l’egemonica Perugia, avremmo voluto parlare di centralità, di potenziamento delle linee ferroviarie, di aeroporto, di sedi di tribunali soppresse, di accorpamenti mancati, di spazi dove l’uomo abita, ama, lavora, si muove e si diverte, di architetture e dialetti che mutano nel giro di pochi chilometri, di paesaggio che cambia, di non luoghi, di margini interni, interiori, intimi, vagheggiati, segnati sulle aspettative delle nostre disperse comunità; di speranze e di utopie che le accompagnano, di contorni che non riusciamo a mettere a fuoco, sebbene ne affermiamo con certezza l’esistenza. Avremmo voluto scrivere di politiche, oneste o bugiarde che siano, raccontare i progetti che danno forma ai nostri orizzonti mentali, alle nostre piccole identità, più o meno autentiche. Avremmo voluto analizzare da queste pagine le assurde cartografie disegnate dalla storia, gli spazi chiusi e gli spazi aperti, l’abiura degli antenati, l’integrazione degli immigrati, la perdita dei posti i lavoro, l’apparire e scomparire delle differenze, dell’Umbria bigotta che si esalta per le sue processioni e festeggia nel corso delle sue snervanti sagre, di quella multiculturale suo malgrado, dei comportamenti precauzionali che i nostri amministratori, sospettosi di ogni innovazione, chiamano policy making, ovvero dei timori del cambiamento e della storica mancanza di una visione unitaria. Poi all’improvviso ci arriva uno schiaffo dalla Francia e ci accorgiamo, davanti alla decimazione terroristica di Parigi, vero cuore dell’Europa, di come tutte le questioncelle locali non abbiano più importanza. Perché una pallottola conficcata a tradimento nel cervello del sistema fa passare in secondo ordine gli acciacchetti a carico degli organi periferici.


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