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In Valnerina, terra d’intensa spiritualità, si crede ancora nella zoolalia. Più esattamente si crede che nella notte dell’Epifania gli animali domestici parlino per benedire o maledire il padrone. E’ per questo che il cinque di gennaio gli abitanti di Cerreto di Spoleto, del nursino e del casciano foraggiano oltre misura le bestie, così evitando le loro maledizioni per averne omesso la cura. Gli increduli e gli incauti, che la vigilia dell’Epifania ebbero a nascondersi nella stalla per ascoltare le animalesche maldicenze, morirono dopo sincopi e atroci malori. Allora, per non incorrere in disgrazie, giù biada, foraggio e avena al somaro, alla capra e al cavallo, usanza che resiste ancora tra gli allevatori a dimostrazione di quanto la Valnerina, magica e rurale, sia sopravvissuta alla generale perdita d’identità degli umbri. Scrive il professor Mario Polia – storico, etnografo, specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni – che nella Valle Oblita la notte della vigilia dell’Epifania alle bestie da stalla il padrone non somministrava mica la paglia, ma solamente il miglior fieno, per scongiurare che esse pronunciassero con linguaggio umano la frase: “Cecerea cecereatu, mmalidittu lu padrò che ‘n c’ha governatu”. A Valcaldara di Norcia gli animali – inclusi cani, gatti e polli – si domandano a vicenda: “Io ho magnatu, tu ha’ magnatu?”. Insomma, “bene satolle e bene ‘ncecerate binidìttu lu pastore che c’ha guardate”. Se non erano state foraggiate (‘ncecerate) a dovere, le bestie pronunciavano la seguente esecrazione: “male satolle e male ‘ncecerate mmalidittu lu pastore che ‘n c’ha guardate”. A distanza di una settimana dalla festa dell’Epifania si celebra quella di S.Antonio Abate, vero e proprio interlocutore tra l’uomo e il bestiame, la cui immagine è ancora appesa in ogni stalla umbra. Il santo si sostituisce alle precedenti divinità protettrici del bestiame, vendicatrici dei torti subiti dagli animali, ascolta le loro suppliche e castiga i padroni crudeli. Questa storiella – che storiella non è perché fa parte delle nostre tradizioni – può invariabilmente applicarsi a quello che il popolo bue sta subendo ad opera di chi lo governa. Non a caso il termine “epifàino” (da cui Epifania) significa “mi rendo manifesto”. Le bestie acquisiscono la facoltà di parola e rompono il silenzio, si manifestano. Ma non tutte sparlano, perché il bue fa eccezione. Non ce ne voglia Polia, questa ce l’abbiamo aggiunta noi analizzando attentamente i significati del bue parlante elencati dall’erudito seicentesco Ottavio Scarlattini: “Dalla conditione e qualità del bue, che ha gran bocca e gran lingua, ma non sa proferire un accento, nacque un tal sentimento, Bos in Lingua, che vuol accennare (…) un’idea di quelli che non ardiscono di favellare apertamente di quello che sentono. Come il bue apre la bocca, mugge, rumina, ma non può, né sa, articolare favella; negotio è questo, che alle volte può essere giovativo, e alle volte di nocumento”. Noi che con i codardi abbiamo poca familiarità, parafrasando il Carducci diciamo: non “t’amo pio bove che guardi i campi liberi e fecondi” e “che al giogo inchinandoti contento, l’agil opra de l’uom grave secondi”. Non sarà, per caso, che a furia di tacere l’impavido bue s’è taciuto anche durante la notte della Befana, quantunque la biada si fosse rivelata insufficiente e il padrone mostrato più taccagno del solito?


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