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Guardando dallo sperone di Pale i lavori della nuova Val di Chienti ci accorgiamo che la bellezza dei luoghi è ormai perduta. Chi affermi il contrario è cieco o in malafede. Il nuovo tracciato grazie al quale in un batter d’occhio metteremo le chiappe a mollo nel mare inquinato di Porto Civitanova, ci risparmierà mezz’ora di tempo, evitando ai camionisti le imprecazioni lanciate dalle interminabili file di auto in coda ai rimorchi. Ci hanno spiegato che il progresso non può arrestarsi davanti all’incanto della natura. In verità ce lo hanno spiegato un po’ sbrigativamente, come sbrigativa è stata la valutazione di impatto ambientale prima della realizzazione della grande opera. Le popolazioni interessate (senza precisare di quali interessi stiamo parlando) hanno metabolizzato troppo in fretta la colata di calcestruzzo a danno di un territorio che attendeva la redenzione dal post-terremoto. Del resto i post-terremoti non finisco mai, o quasi, qui come altrove. È innegabile che la Quadrilatero arrivi tra capo e collo, come una gradita, ai più, posta risarcitoria. Tutto dipende dai punti di vista. Rimane il fatto che la valle del Menotre oggi è irriconoscibile e che dalla Corta di Colle il paesaggio ulivato non si mostra con la poesia di sempre. Sta bene, con i tempi che corrono le poesie non sono più utili alle popolazioni, ma potrebbero essere ancora gradite a chi visita i luoghi, perché sa riconoscerne i valori storici e ambientali che questi conservano. Senza scomodare la Val di Susa, dove la controversia s’è incarognita non poco, pensiamo alla statale 51 di Alemagna che da San Vendemiano, in provincia di Treviso, attraversando Cortina e le Dolomiti, porta al confine di Dobbiaco. Quante lotte si sono combattute in favore e contro l’ammodernamento di questa arteria considerata via di comunicazione essenziale tra l’Europa centrale e Venezia, imbarco per il Medio Oriente. Di precedenti ce ne sono fin troppi e non sempre le popolazioni locali hanno risposto allo stesso modo. Certo, l’offerta di Cortina è quella di un turismo consolidato e qualificato e non, più mestamente, di patate importate e ciauscoli ai polifosfati stabilizzanti. Non viviamo in un mulino bianco e siamo sicuri che la strada realizzata per il collegamento strategico tra i due mari, apporterà grandi benefici, se non proprio alle popolazioni di montagna, a Foligno e Macerata, a Roma e Ancona. Se così fosse la montagna dovrà essere in ogni caso risarcita, intanto con l’effettuazione di un rigoroso riambientamento, ormai che i buoi sono scappati dalla stalla. A nessuno venga in mente di colare a lato degli svincoli altri improduttivi capannoni industriali, piuttosto si faccia di necessità virtù, affinché la dismissione del vecchio tracciato diventi occasione di sviluppo. Lo ha sostenuto la Fondazione Carifol nel corso di una recente assemblea pubblica. Da domani vedremo sfrecciare le auto tra Colfiorito e Serravalle. Chissà se dal mese prossimo vedremo sfrecciare i progetti di recupero della vecchia Val di Chienti, finalizzati alla rinascita dei territori attraversati e volti a promuovere iniziative di sviluppo economico, turistico, agricolo e culturale delle aree interessate? Vigilino le popolazioni su sindaci, assessori, funzionari, ministri e viceministri inauguranti. Perché – che se ne dica – gli abitanti della patatopoli e dintorni non rimangano fregati due volte. Anche di questo s’è parlato sabato scorso alle Casermette di Colfiorito in occasione della presentazione del gustoso – forse spiacevolmente gustoso per qualcuno – libro di denuncia di Loredana Lipperini dal titolo “Questo trenino a molla che si chiama cuore”, il cui dichiarato intento è quello di «trovare un’identità nei luoghi che appartengono al passato», proprio nel momento in cui quei luoghi l’identità la stanno perdendo definitivamente. Montanaro informato, montanaro salvato. Informato che un siffatto sistema non potrà reggersi sulla patata rossa in vendita nell’autogrill “Annibale” di Plestia, che non salverà un’economia sostituendo il Camogli con un panino al ciauscolo. Oggi più che mai è necessario proteggere le aree interessate dall’imminente cementificazione degli svincoli, valorizzare la palude e l’altipiano, qualificare l’offerta turistica, stimolare l’interesse di quanti sfrecceranno distrattamente dall’alto dei viadotti. O si fa così o si muore.


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