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Ana Maria muore appesa ad una corda della serranda di un bilocale di Madonna Alta. Almira decapitata con un filo d’acciaio. Sonia è scomparsa da Perugia dopo un test di gravidanza. Barbara è sparita da Amelia e Lucia, che è uscita di casa in pigiama, non via ha fatto più ritorno. Il marito ammazza Ada con una fucilata e anche Roberta muore così, perché non ha voluto abortire. Il compagno di Rosa l’uccide a coltellate. Mirella muore dissanguata a Collestrada per mano di un cliente che fugge a bordo dell’Ape Piaggio. Il fidanzato di Najla le appicca il fuoco all’interno di un sotterraneo di viale Pellini, a Perugia. Rosalba muore di un colpo di rivoltella sparato dal marito dell’amica alla quale ha offerto rifugio. Paola muore di un’arma di ordinanza perché la gente la guarda per strada. Maria decide di chiudere una storia, ma finisce strangolata a Tuoro; poi lui la veste da sposa: «L’ho ammazzata, così non la perdo». Tania è stata fatta a pezzi e poi bruciata. Concetta di Foligno paga con la vita un affitto non pagato. Yolanda finisce in fondo a un pozzo asciutto di Todi, e così via. Potremmo contare fino a quarantasei donne morte, sfogliando le pagine del libro di Alvaro Fiorucci “Il Sangue delle Donne – Cronache di femminicidi in Umbria” che racconta di altrettanti delitti verificatisi nel corso di questi ultimi trent’anni. L’analisi storica e fenomenologica è stimolante e non pretende di stabilire se le ragioni criminali prese in esame si basino esclusivamente sul genere. L’argomento è spigoloso, in Umbria come altrove, perché il neologismo “femminicidio” (non assurto a reato autonomo per il diritto penale) nella sua accezione comune è oggetto di infiammati dibattiti. Eppure la violenza sistematicamente esercitata contro le donne ricorre fatalmente negli ambiti familiari, così come all’interno di relazioni sentimentali più o meno stabili. La cronaca difficilmente è bugiarda, osserva Fiorucci. Tuttavia di questi delitti noi intravediamo solo la punta dell’iceberg. Persino gli investigatori, i magistrati, gli avvocati, i sociologi, i criminologi, i giornalisti di nera e giudiziaria non sempre riescono a penetrare le ragioni vere poste alla base del dolo omicidiario. Nella migliore delle ipotesi si soffermano – se non sul DNA e sulle impronte digitali – su moventi più o meno incerti e quasi mai scoprono la vera spinta psichica che matura in maniera graduale, subdola e strisciante all’interno del progetto criminoso. Peccato, perché si potrebbe perlomeno tentare di fornire elementi validi alla prevenzione di molti comportamenti deviati. Non è inutile il libro di Fiorucci che, oltre ad annoverare i dati storiografici e cronachistici, accende i riflettori su questo scottante problema. Serve una adeguata risposta istituzionale alla richiesta d’aiuto delle possibili vittime delle violenze, specialmente quando queste all’interno della coppia trovano il coraggio per segnalare e denunciare gli abusi subiti. Anche in Umbria i casi sono in aumento. Le cause risiedono nella conflittualità socio-relazionale, familiare, esacerbate dalle difficoltà economiche, dalla povertà, dalla problematica inclusione dei migranti, dalla mancanza di lavoro che si riverbera sulla sfera affettiva dei singoli. Sarà bene che le istituzioni compiano un viaggio a ritroso per individuare le aree culturali dove il crimine matura, soprattutto in quelle aree oscure, quelle zone d’ombra, dove comportamenti politicamente corretti potrebbero, se non debellare, risolvere parzialmente il problema. Girando per le nostre sfigurate città o frequentando i social network, ci accorgiamo di essere circondati dalla volgarità diffusa, che è violenza essa stessa perché scaturisce da un rapporto circolare per cui parole, pensiero e azione si rafforzano a vicenda. Tutto ciò che finisce col sangue inizia dalle parole. Inizia dal disagio, che una corretta politica sociale può contribuire a sconfiggere, piegando le fondamenta sulle quali si erigono situazioni di disparita e di prevaricazione nella vita quotidiana.


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