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Chi con l’eschimo e chi con il loden, eravamo liceali quando iniziammo a interrogarci sulle corrette prospettive storiche della nostra regione, per quel poco che ci era dato capire a vent’anni. Mentre al Nord il dibattito si incentrava sul rapporto tra città e fabbrica, noi umbri – presi alla sprovvista dall’esperienza del regionalismo – discutevamo della necessità di favorire l’osmosi tra città-campagna, di dare stabilità ai territori minacciati dai mali dello spopolamento e dalla crescente e disomogenea urbanizzazione. Perugia si espandeva prospera nel nuovo cemento, producendosi in periferie dagli incerti confini (che oggi un illuminato imprenditore vorrebbe riconsegnare al verde) ignorava che l’incontrollato sviluppo le avrebbe portato tanti mali, non ultimo quello delle infiltrazioni mafiose. La città capoluogo viveva il suo momento di gloria. Prosperava nella sua effimera economia, che fino alla metà degli anni Ottanta la fece apparire come una piccola Milano, con i Grifoni che nientemeno precedevano in classifica i Rossoneri di Giusy Farina. In Consiglio Regionale gli eletti s’interessavano – o credevano di farlo – alla valorizzazione delle zone montane e al riassetto del territorio. Eravamo ragazzi, a Foligno, quando usciti dal liceo iniziammo a frequentare Perugia, l’università, i suoi centri di aggregazione, le sue discoteche, il suo elegante passeggio e il festival jazz più importante del mondo, che oggi ospita Lady Gaga, la brutta copia di Madonna. Ci sembrava non vi fosse altra realtà al di fuori di quella. La Valle Umbra, l’Alta Valle del Tevere e la Valnerina prendevano atto della loro segregazione, ma anche della molteplicità dei loro dati storico-culturali. Tentavano di dare l’avvio ad una impresa entusiasmante, quella della fuga dall’ isolamento e dalla costruzione (talvolta ricostruzione) di una società più umana e, perciò, più felice, tra le molte resistenze della politica pensata in chiave perugina. Eravamo ancora ragazzi quando scesero in campo Foligno e Spoleto, più che per unirsi tra loro per contendersi l’improbabile capoluogo di una fantomatica terza provincia. Si accapigliavano, invece di accordarsi, sulle possibili sedi del tribunale, della Camera di Commercio, della Prefettura e dei rispettivi uffici. A Foligno sarebbe toccato l’aeroporto, mentre a Perugia se la ridacchiavano sotto i baffi pensando a S.Egidio. Tanto bastò per comprendere quanto contassero – e quanto contano ancora oggi – i campanili in questa regione dal marcato profilo altomedievale, che tuttavia assicurò i collegamenti tra Roma la Ravenna bizantina, che mostra ancora i fieri tratti longobardi, che diede origine al ducato di Spoleto e che si spese nel nome del cattolicesimo e del latino, in un problematico processo di compenetrazione tra elementi etnici diversi sui quali si tentò – e si tenta ancora – di fondare le basi di una società nuova. Oggi più che mai l’Umbria appare nel suo fondamentale carattere di regione che unisce e divide, ma anche di unico crocevia.

Siparietto. Grandi stravolgimenti ci aspettano. Sarebbe da sprovveduti farsi trovare per l’ennesima volta impreparati. E’ vero, le amministrazioni sono quello che sono e le gatte da pelare non mancano. Le città non ce la fanno ad uscire dal loro passato, dai loro particolarismi che le caratterizzano fin dalla nascita del fenomeno comunale. Ma se abbiamo ceduto malvolentieri l’integrità del nostro paesaggio ai viadotti e ai quadrilateri (questo è il prezzo pagato da una regione vocata al bello, all’arte e al turismo) mettiamo almeno a frutto i vantaggi che porteranno le infrastrutture. Chi governa i campanili si sforzi ad individuare i complessi motivi di fondo della vicenda regionale umbra, dell’evolversi delle sue classi sociali, dei processi storici che ne hanno fissato i caratteri distintivi profondamente radicati nelle realtà locali. Il baricentro si sta spostando verso est, è evidente. Quello che si chiede oggi alla politica è di governare sui progetti di modernizzazione e globalizzazione dei disegni comuni a cui, Spoleto e Foligno, favorite dalla nuova viabilità, dovranno partecipare per non rimanere fregate per sempre, come accadde ai polli di Renzo.


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