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La bestiaccia ha più che dimezzato la produzione. Una madida estate ha favorito gli attacchi della mosca olearia, per cui l’olio umbro – poco ma cattivo – non rispetta gli standard qualitativi a cui ci aveva abituato. Altro che agrisalotti, a fare il contadino s’impara solo dalla scuola del passato. La terra è ingrata per definizione, specialmente con chi la coltiva. Lo scoprono oggi i parvenus del frantoio, elevatisi velocemente alla privilegiata condizione di rural-chic, senza avere le competenze, la cultura, lo stile dimesso e prudente dell’agricola pius. Gli ulivicoltori dell’ultima ora hanno scoperto che le fortune della campagna sono dettate dal calendario naturale. Lo sa bene il gastrogiornalista Antonio Boco, che nel suo blog “Tipicamente” scrive senza peli sulla lingua dell’orribile annata 2014. Lo sa anche Brian Alfred Chatterton, già ministro australiano per l’agricoltura e ora produttore di olio d’oliva in Umbria, intervistato da “Olive Oil World” tra le più importanti testate on line del settore. Fa sapere al mondo intero che i produttori umbri, quelli che l’olio se lo producono in casa, sono imbestialiti con i servizi di consulenza della Regione e con le loro associazioni di categoria, incapaci di prevedere il disastro e di consigliare ai coltivatori le opportune misure di controllo e di utilizzazione di fitofarmaci. Diciamocelo, questa fandonia del biologico, specialmente con l’olio – ma in parte anche con il vino e gli altri prodotti agricoli – è roba per abbocconi. Quante piccole aziende possono permettersi di perdere il raccolto? Sta tutta qui, gastrofighetti e agrisalottieri dell’ultima ora, la sofferenza del vivere dei frutti della terra, sottoposti alle stravaganze del clima. Si aggiunga che per l’olio, prodotto deperibile, non è possibile immagazzinare valore confezionando riserve da immettere sul mercato futuro. È un argomento su cui non si scrive mai abbastanza. Gira il dito nella piaga Chatterton: «Nelle altre regioni d’Italia, dove la mosca dell’olivo costituisce un problema frequente, esistono buoni servizi di monitoraggio, tra cui le cooperative di coltivatori che praticano un sistema di gestione integrata delle specie nocive (IPM)». Ora, chi più e chi meno, se ne accorgeranno tutti che senza il servizio fitosanitario regionale non si va da nessuna parte; non si fa agricoltura, tantomeno agricoltura di qualità. Ma chi risarcirà i danni enormi subiti dai coltivatori? E non solo da loro. L’indotto investe i settori dell’agroalimentare, quello turistico, alberghiero e della ristorazione. Zitta zitta la mosca olearia ha beffato le manifestazioni che si terranno in questi giorni in Umbria, da Olearia a Festivoil, ma soprattutto i tanto attesi cinque fine settimana di Frantoi Aperti, dedicati all’extravergine e ai prodotti agroalimentari di qualità tra degustazioni, passeggiate, convegni e musica. C’è poco da suonare, bamboli. Adesso che la spremuta non c’è stata, dove la intingiamo ‘sta sensational bruschetta? Non per fare sempre i bastiani contrari ma il primo novembre presso l’oleoteca di Trevi s’è aperta la mostra del fotografo McCurry, promossa dalla Regione Umbria, con la finalità di «mettere in risalto, attraverso la bellezza delle immagini, il rapporto inscindibile tra armonia e integrità paesaggistica e qualità dei prodotti agricoli e alimentari, con l’olio umbro come indiscusso protagonista».

Sipariaccio. La peggio l’avranno le sfigatissime economie dei paesi aderenti (Assisi, Attigliano, Campello sul Clitunno, Castel Ritaldi, Castiglione del Lago, Foligno, Giano dell’Umbria, Gualdo Cattaneo, Magione, Passignano sul Trasimeno, Piegaro, Spello, Spoleto, Trevi e Valtopina) all’insegna della tradizione, dove si sarebbe dovuta festeggiare, a suon di dindi lasciati dai visitatori, l’arrivo dell’olio nuovo, indiscusso protagonista di questo scorcio d’autunno umbro. Più autunno di così. Siamo appesi alla Coratina pugliese, cugina alla lontana del nostro inarrivabile Moraiolo. Intanto il 15 novembre ad Assisi, si terrà il convegno dal titolo “Verso Expo 2015. Il turismo dell’olio: esperienze di valorizzazione del territorio”. Gli esperti del settore si racconteranno addosso le buone pratiche di alcune regioni italiane – certamente non la nostra – come esempi da seguire per non rimanere a corto di prodotto. Fantastichiamo insieme che l’assessorato alla agricoltura ponga gli opportuni preveggenti rimedi, per il futuro. Se no non ci resta – in attesa della revisione degli assetti istituzionali – che sperare nelle previsioni del sindaco renziano di Pesaro, Matteo Ricci. In un’intervista al sito “Medium” di Jacopo Cossater, ha proposto la macroregione Umbria-Marche. A noi non dispiacerebbe. Ma vallo a dire ai perugini. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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