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Nel film “Che cosa sono le nuvole?”, uno spirito tragico tentato dallo gnosticismo come Pasolini, faceva esclamare a Totò, in contemplazione del cielo da una discarica: «Ah, straziante, meravigliosa bellezza del creato!». Cadiamo in estasi davanti ad una cosa bella, per la semplice ragione che di una cosa bella noi desideriamo soltanto che sia bella. Non c’interessa attribuirle altra realtà. Eppure il bello non sempre coincide con il bene, benché esso sia capace di produrlo, il bene. Anzi, il più delle volte il bello implica una rinuncia all’utile. La nostra umana sopravvivenza e il nostro futuro, non si fondano su una visione estetica o platonica del mondo. Ci vuole molto di più. La bellezza del mondo rinvia sempre a un qualche ordine, a una misteriosa necessità, ad una mania pedagogica di migliorare l’esistenza. Molte volte il bello – perché l’uomo possa sopravvivere – è costretto a soccombere. Il mondo contiene in sé anche il germe della distruzione, dell’infelicità, della catastrofe: eventi imperscrutabili e indifferenti alle nostre sorti individuali, al punto che sopravvivere oggi costituisce una dura sfida, specialmente per le persone più sensibili, quelle alle quali ogni giorno è dato scoprire la bellezza del Creato. Anche gli umbri – circondati dal bello – per salvarsi dovranno rinunciare alla bellezza della valle del Menotre, alla avvenenza intatta, quasi cosmica, degli altipiani di Plestia e Colfiorito. La mortificazione alla quale questi luoghi sono stati sottoposti era proprio necessaria? Non è facile rispondere. I cantieri sono ormai in via di ultimazione. Tutto il resto è tardiva e coccodrillesca demagogia. Prendiamoci su le opere infrastrutturali i cui assi viari rappresentano idealmente i quattro lati di un quadrilatero. Inghiottiamo il boccone amaro, ma anche quello dolce del Piano di Area Vasta, che ci si augura costituirà un’occasione di rilancio economico del nostro territorio pezzentello. Seguirà il completamento delle SS 76 e SS 318 Perugia-Ancona, che ci collegheranno con i poli industriali esistenti. L’accessibilità alle aree interne interessate sarà migliorata, con auspicabili risultati per l’economia delle due regioni. Gallerie e nastri sospesi d’asfalto non solo per raggiungere i ristoranti di pesce e gli outlet marchigiani, tanto desiderati delle signore umbre, che consentiranno ai marchigiani di pervenire in tempi ragionevoli a Foligno per saltare sul primo lentissimo treno diretto verso la capitale. Forse il peggio non è ancora arrivato. Arriverà con l’insediamento delle nuove attività produttive nelle cosiddette aree di implementazione adiacenti e connesse alle infrastrutture.

Siparietto. È proprio in queste aree che sarà necessario intensificare i controlli sull’impatto ambientale. E dato che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, ci sovviene un’altra perplessità. Ci sarà veramente, come promesso, un accurato riambientamento? Una idonea riqualificazione? Un’efficace mitigazione dei “detrattori” del paesaggio? Staremo a vedere, ma col fucile piantato, come si sta davanti al disordine lasciato dai propri figli quando spargono per la casa i mattoncini Lego. Ora che l’intento lo abbiamo a caro prezzo raggiunto; ora che il progetto infrastrutturale viario è inserito, almeno sulla carta, nel sistema delle principali dorsali del Paese (leggi corridoio Adriatico-Tirrenico); ora che – in ipotesi molto remota, ma pur sempre ragionevole – il piano consentirà di ridurre il deficit infrastrutturale delle due Regioni, collegandole con quelle circostanti e verso l’Europa; ora che è nelle intenzioni di chi ci governa (se veramente è così) valorizzare interscambi sociali ed economici tra le due Regioni; che non ci si accorga di un altro Totò, qualunque sia il suo nome, che in vista dell’imminente apertura della strategica opera viaria, da una discarica di breccia pronunci, in contemplazione di tanto sfacelo, la fatidica frase: «Ah, straziante, meravigliosa bellezza del creato!». Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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