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La città s’è fatta mercatale. Maccheroni, risotti, maltagliati, minestre, gnocchi scodellati lì per lì, paste e ceci per la gioia di migliaia di stomacucci disposti in fila indiana. Come spadellano a Foligno non spadella nessuno. Le fiere non sono fiere se la gente non vi s’accalca e quella dei “Primi d’Italia” è stata fiera a tutti gli effetti. Da via Gramsci alle Puelle sembrava di essere in un presepe di via San Gregorio Armeno. Ogni angolo della città è stato perlustrato dagli Smartphone dei travel blogger, dei food nautici e dei celiaci provenienti da mezza Italia, che hanno fotografato la pappatoria per far rosicare quelli rimasti a casa. Rivenditori di piante aromatiche, di peperoncini esotici, di risi colorati, di olive ascolane, di farine integrali e di gnocchi fritti: ognuno schedato sui social network, come ai tempi delle edizioni cartonate di De Bourcard. Il cortile di Palazzo Trinci (che vide scorrazzare lo “Stupor Mundi” fanciullino) è stato trasformato per l’occasione in un trionfo di paccheri e ziti campani, a testimoniare il passaggio dall’arte della falconeria a quella della pappardella applicata. In piazza Matteotti il liquamen dei visitatori dalle bocche unte ha raggiunto il suo apice. Foligno, da centro del mondo a ventre smisurato della Terra. Facciamo a capirci. I “Primi d’Italia” funzionano, non fosse altro perché coprono le magagne di una arruffata strategia turistica. La manifestazione attrae il grande pubblico e compiace l’amor proprio dei folignati. Purtroppo ha perso – oltre al suo amato presidente – i cuochi più qualificanti e i pastai più prestigiosi, che le conferivano una visibilità nazionale. E poi, “nun ce so’ più le Regioni de una volta”, abbiamo sentito dire da una signora di Centocelle, che non ha fallito un’edizione. Eppure la gente arriva a fiumi per partecipare alla minuta e frammentaria messa in scena Ottocentesca, simile a quella riproposta da Eduardo nella sua “Napoli Milionaria”, che rimanda ai rivenditori partenopei di strada. A Foligno manca l’ala delicata di un Salvatore Di Giacomo, il cui lirismo raggiunse l’apice nella figura opulenta di Donna Amalia, friggitrice di paste cresciute sulla soglia della sua bottega alla Speranzella nell’atto di gettare la farina impastata nel padellone dell’olio bollente. Colava oro puro da quelle dita tra le quali il Poeta s’augurava di diventare un pescettino, perché ella voluttuosamente lo infarinasse prima di mandarlo a farsi friggere nella sua tiella. Ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale.

Siparietto. Ci vogliono ben altri cultori di filologia classica applicata alla cazzeruola per comprendere il vero significato dei totem istallati per le strade della città: quelli con le fotografie di Gassman, Aldo Fabrizi e Totò che si sbrodolano a più non posso di spaghetti e richiamano il gran banchetto dei miserabili partenopei assunti in cielo alla mensa del Signore. La simbologia applicata al marketing è beffarda. Rimanda ai cibi sognati da quei poveracci durante un’intera annata e presenti – quando si quando no – nei grandi pasti rituali delle festività. Foligno deve tenerseli stretti questi Primi. Deve ragionare di più e meglio, insieme ad Epta, sul loro possibile futuro; magari dedicandogli una applicazione per i dispositivi mobili da far venire l’acquolina in bocca. La città delle mille peripezie è viva. I suoi giovani non hanno perso la fiducia nel futuro, come dimostra Umbria World Fest’ 2014 che aprirà i battenti la settimana prossima. Perché come dice Eduardo nella commedia: «Ha da passà ‘a nuttata». Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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