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Eurochocolate chiuderà la stagione, poi s’alzeranno i ponti levatoi e ognuno si rintanerà nel proprio castello. Di gente se n’è vista, tra jazz, festival dei due mondi, delle nazioni, segni barocchi, manifestazioni valentiniane, primi stracotti d’Italia, sagre musicali, enologiche, ceri grandi, mezzani, piccoli, quintane, calendimaggi, cantamaggi, gaite, palombelle, infiorate, pali dei quartieri, terzieri, sagre dei marroni e compagnia bella. Eppure c’è un elemento rischioso nell’attuale sottocultura degli eventi umbri spacciati per culturali: l’elemento meccanicistico governato dall’alto, con quella ineluttabilità alienante che è propria della nostra epoca. Se analizziamo la meccanizzazione dei loisir popolari di questa regione – non più in mano ai fruitori, ma a pochi manipolatori investiti di potenza economica e di intraprendenza organizzativa – ci accorgiamo che la volontà degli interessati propalatori riesce quasi sempre a imporsi sui desideri e sulle aspettative della gente. I risultati riscontrati, sebbene gli utili vadano a vantaggio delle economie locali, sono più subiti che condivisi. La cultura di massa – quella other directed – non diventerà mai cultura di prim’ordine. Nella migliore delle ipotesi sarà possibile un suo adeguamento agli standard desiderati dai turisti e dalle comunità ospitanti. Quell’incantatore di golosi che è Eugenio Guarducci rappresenta un caso a sé stante, un caso nazionale. Che vi piaccia o meno nei suoi eventoni riecheggiano gli elementi simbolici delle grandi feste in cui sopravvive una componente rituale perpetuata dalla presenza di una sbandata koinè, la cui partecipazione oceanica del pubblico ha un so che di mistico-magico. Poco importa che talvolta si tinga di spunti sadici, masochistici, erotici, persecutori, deprecatori, di identificazione con gli eroi e con le vittime, con i vincitori o con i vinti. Meglio abbuffarsi di marmellata che perdersi nel deserto. Che se ne dica, Eugenio funziona. Finché dura. Lo stesso vale per “I Primi d’Italia”, forse un po’ stracotti, stressati, stressanti, ma amati dalla marea incalzante di visitatori. Bisognerebbe riproporli al dente, quello sì. Approfondiamole le ragioni di sopravvivenza dei grandi riti collettivi, dove l’uomo smarrisce quasi completamente la sua autonomia individuale per convertirsi in una sorta di essere globale animato da uno spirito di gruppo soggetto a tutte quelle fluttuazioni, a quell’irrompere di elementi irrazionali che sono propri di uno stadio non ancora divenuto cosciente. All’Umbria s’addicono di più gli eventi culturali in senso stretto, le mostre del Pinturicchio e del Perugino, la Madonna di passaggio per Foligno, dipinta da Raffaello. Ve lo ricordate il battibecco tra Eugenio e Brunello alla Borsa di Milano? Il secondo incalzava il primo affermando che solo le iniziative più qualificanti contribuiscono a mantenere alta l’immagine della regione, una delle più belle e culturalmente corredate del paese. L’Umbrietta tira sempre e getta uno sguardo al futuro – e al mondo intero – come dimostrano il Festival del Giornalismo, quello della Scienza e della Filosofia e Umbria World Fest, divertissement di ottimo livello culturale offerto dalla parva, ma a noi adatta, centralissima Foligno. Umbria World Fest non è un ossimoro, ma la prova generale di un formidabile incubatoio di iniziative, soprattutto per quello che si è visto alle mostre fotografiche di palazzo Trinci, che non avevano nulla a che fare con quella allestita a Perugia negli spazi dell’ex Fatebenefratelli (il nome è tutto un programma) su un travisato spaccato di regione catturato da un celebre fotografo d’oltre oceano e d’altra epoca. Avevano a che fare con l’attualissimo tema “Umano” che affronta l’emarginazione, la solitudine, la lotta per la sopravvivenza. Un invito a restare uniti che parte proprio dall’Umbria, una sollecitazione visiva a non perdere il senso dell’umano in questi tempi di penuria sociale e miseria economica. Siparietto. Domani, venerdì 17, s’apre la caccia al gufo. Ci sarà anche l’atteso verdetto e come d’incanto, come per un tocco di bacchetta magica, dopo la schioppettata rifilata al malevolo pennuto, il futuro della nostra molto amata regione diverrà radioso, cambierà per sempre. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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