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Un Cancelli che non guarisce i dolenti affetti da sciatica che Cancelli è? L’ultimo operatore rituale a segnare i malati fu il padre Marino. A Maurizio, “ricco di umori laici e socialisti” (secondo la definizione di Fabio Bettoni in “Cancelli, l’Arte del Gregge”) rimane il compito secolare – ma non per questo meno prodigioso – di difendere la montagna folignate e con essa il villaggio che porta il suo nome. Cancelli pone al centro della sua filosofia l’individuo, la persona umana, il patrimonio locale materiale e immateriale della persona e del gruppo di appartenenza. Difende la montagna con la forza della sua arte, con la capacità di presa sulla gente. Non ignora il concetto di glocalizzazione, la dialettica che scaturisce dall’incontro-scontro dei vari gruppi all’interno della logica sistema-sottosistema; non perde di vista il micro nella sua relazione con il macro; sa che una organizzazione può essere compresa meglio analizzando la natura duale del “glocal”. Sa che è impossibile vivere in montagna senza rapportarsi con la natura, tanto quanto viverci in spregio alle leggi che regolano l’economia. Molti artisti – quelli le cui tariffe di meretricio sono alla portata di tutti – lo spronano a venirsene via. Lui a Berlino e Francoforte le mostre ce le fa ugualmente, ma in punta di piedi, come chi tracciasse una preda. Alla fine, testardo e passionale, ritorna all’ovile consapevole che il suo compito è portare gente fin lassù, non viceversa. Al viceversa hanno già provveduto le stolte politiche, i terremoti, i lupi a due o quattro zampe, le avversità climatiche e affettive. A Cancelli preme solo l’arte del gregge, perseguire l’utopia, reinserire anime e ovini nei luoghi di provenienza. E’ tempo di funghi. Sembra che i miceti si facciano trovare da lui con estrema facilità, così come il serpillo, la santoreggia tra i resti celati di antichi insediamenti. La verità greve è che il gregge l’ha dovuto vendere, perché “carmina non dant panem”, come sa ogni pastore conquistato dai poemi epici. La montagna ne da ancora di meno, di pane. Ora la ricotta e il pecorino necessari al suo ristorante se li fa portare da un amico di Roviglieto, a chilometro zero. Cancelli, scarpe grosse e cervello fino, è l’anti radical-chic per eccellenza. Si distingue da quelle creature emaciate, risucchiate nell’orbita dell’arte, cresciute al cospetto dei quadri degli antenati alle pareti, la cui infanzia – priva di proteine – depone per una sorta di sofferenza giovanile mai superata, che genera spavento al cospetto degli spazi aperti. I critici. Tutta gente dal facile palato, che in più di una occasione ha sfamato con abbacchi, coratelle e litri di vino a buon mercato. Non è da tutti usare l’arte come forza d’urto contro i mali che minacciano il mondo. Siffatto connotato indispone gli intellettuali pervasi da quel vago alone di sinistra, che ancora camminano con “La Transavanguardia italiana” di Bonito Oliva sotto l’ascella e che in questo fine settimana, se avranno finito di cacciarsi ipocrite secchiate d’acqua in testa, potranno salire a monte, lasciandosi alle spalle le città. Cancelli organizza due giornate di studio per riflettere di nuove economie per l’Appennino, luogo dove l’arte ha ancora valenza di impegno civile. “Nato tra i morti sui monti / vivo sui monti tra i morti / e non c’è lama che possa recidere / la languida catena. / Generazione su generazione” Sembrano scritti per lui e per il suo parco per l’arte questi versi di Giovanni Lindo Ferretti. Invece di cacciarsi secchiate d’acqua in testa, Cancelli, di Cancelli (artista, cuoco succulento, pecoraio e “montagnuolo”, secondo la definizione di Bettoni) chiama a sé artisti amici come Getulio Alviani, Gianluigi Colin, Dino Innocente, intellettuali come Boris Ulianich e giornalisti come Carlo Cambi, esperto in marketing ed economia dei territori, per farli partecipare all’utopia concreta dell’arte del gregge, ormai unico rifugio in tempo di “Ice bucket challenge”. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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