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Non serve essere docenti di teoria della fotografia. Basta osservare il nostro paesaggio ritratto, urbano o rurale che sia, per capire quello che c’è da capire. Se è vero che la fotografia, perlomeno nelle intenzioni di chi la pratica, teorizza un progetto artistico e relativizza astrazioni come quella di “autore” e di “opera”, è anche vero che il fotografo non può esimersi dall’interpretare l’esistente. Il risultato sarà tanto più credibile quanto sarà congruente con la storia sociale e dei cambiamenti impressi dall’uomo attraverso le sue opere. Il paesaggio artefatto, fatto ad arte, va distinto dalla foto artefatta. Tutto il resto è spazio discorsivo, simulacro surrealista, propaganda politica, modo personale di rappresentare la storia dei luoghi, nella misura in cui questa è disposta a lasciarsi interpretare. Sante Castignani, fotografo umbro, ci ha mostrato in anteprima le foto che esporrà a Spello a partire da sabato prossimo fino al 31 di agosto. Il titolo dell’esposizione è “Emotional Umbria”. Ma a che serve un titolo, quando a parlare sono le immagini? Castignani appartiene a quei fotografi radicati nella loro terra, senza fronzoli, senza aggiunte retoriche, capaci di descrivere i luoghi. Gli fa il paio Giovanni Galardini, uno in grado di allegare le sue opere tra l’uomo contemporaneo e i territori che abita. Andate a vedere le foto del terremoto del 1997 e quelle della ricostruzione del 2007, che documentano i nuovi rapporti tra comunità e territorio o il suo archivio fotografico della Valnerina, sui temi del paesaggio, della società e delle tradizioni. Soffermatevi sulla ricerca antropologica compiuta per documentare le tracce del sincretismo religioso nella cultura popolare dell’Appennino centrale. Lavorare in Umbria non è la stessa cosa che lavorare a New York. Qui o fai le valige – come Daniele Mattioli che opera in tutto il continente asiatico, con base a Shangai – oppure ci pianti le radici, ponendo al centro del tuo lavoro la riflessione sulle trasformazioni che hanno investito ciò che ti si presenta affacciandoti dalla finestra di casa. Chiaro, no? Anche se ignoti a Financial Times, Washington Post e Time Magazine si può essere bravi per la qualità della propria opera. A Spello come a New York. Conoscete qualcuno che abbia rappresentato il territorio del Sagrantino meglio di Pier Paolo Metelli? Poi ci sono i non umbri, tipo George Tatge, nato a Istanbul da madre italiana e padre americano, Elio Ciol, Gianni Berengo Gardin e Sandro Becchetti. Senza ulteriori presentazioni. Tutti a pieno titolo annodati a questa regione, perché anche in tema di fotografia l’umbritudine è uno stato dell’animo, la comprensione culturale di questa terra dove questi hanno condiviso le esperienze del territorio, la sua forza espressiva, la sua cultura. E’ persino la capacità di accertare le evidenti complessità oscillanti tra luogo e identità. Loro sì che sono stati capaci di addizionarli questi elementi, facendoli coincidere, unendoli sotto un unico scatto, fino a renderli necessari uno all’altro. La stessa impresa è riuscita a Castignani, la cui mostra dovrebbe fare il giro dei Comuni umbri, se non altro per saldare la regione nei suoi luoghi e nelle sue molteplici identità attraverso il mezzo fotografico.

Siparietto. Sono in molti a remare contro affinché la globalizzazione annienti anche il genius loci. Questo non succederà fino a quando avremo fotografi capaci di mostrare senza mettersi in mostra; capaci di riconsegnarci attraverso i loro scatti il rapporto tra l’uomo e un ambiente che non abbia soltanto un significato topografico di rilevamento dei luoghi, ma la capacità di includere il soggetto umano nelle comunità appartenenti al territorio. Ci sono fotografi che contribuiscono alla scomparsa della identità culturale italiana, altri che – come Castignani – partecipano a rinsaldarla. L’identità culturale umbra, ad esempio, è in costante tensione tra una natura straordinaria, benché offesa, e una storia fatta di episodi sminuzzati; tra degrado geometrile e architettura accertata di altissimo valore; tra città impregnate di bellezza e disarmonico, sconnesso, aggressivo sviluppo; tra passato che non passa e contemporaneità faticosa da metabolizzare; tra “scenari maestosi ove tuttora regna il silenzio che accolse Goethe o Corot” descritti da Castignani e “rovine già antiche ai tempi dei Romantici”; tra radici percepite come presenti – ma forse mai realmente identificate – e spinte inedite, inattese, provocate dal lesionistico processo di globalizzazione. Per fortuna “esiste ancora una terra in grado di generare emozioni intense, perfino dolorose”. Quella terra è emotional (per niente sensational) Umbria. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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