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Estate 1885. Cesare Pascarella, viaggiando a piedi da Roma a Venezia passa per Spoleto e poi per Foligno. Nei “Taccuini” il poeta descrive la Rocca, il Monte Luco, il Clitunno con i suoi pioppi, la pianura popolata di pecore, di somari denutriti, di armenti aggiogati, di scheletri di capanne, di contadini che al suo passaggio si cavano il cappello. Sosta a Pissignano dove assiste (“Dio, le mosche”) al salasso di un maiale e alla ferratura di un bue. Descrive i frassini, i faggi, gli aceri, gli olmi “su cui s’attorciglian viti”, annota persino i voli di colombi e la presenza di un uomo che a Trevi (“Un paesotto”) squarcia il seno alla terra con il ferro che brilla. Si domanda se sia proprio necessario ferirla, la terra, perché ci renda il frutto. Visita il Tempietto. Visita un mulino dove una ragazza gli offre da bere da una brocca. Chi va a piedi non si perde nulla del paesaggio, dell’arte e delle abitudini della gente. A Sant’ Eraclio visita il castello e parla con un imbianchino che gli mostra una lapide datata 1893 a testimonianza che lì Eraclio, cavaliere Romano, subì il martirio nell’anno 251 D.C. Nota con ironia che il popolo ce ne ha messi di anni per onorare il suo martire. Chi viaggia oggi non ha più il tempo di leggere lapidi, né di fare dell’ironia. Nella camera d’albergo di Foligno scopre di aver dormito in compagnia di un grande topo: dopo una lotta a cui partecipa tutto il personale “la sorca viene uccisa”. Si sarà trattato di un’antenata di quelle nutrie che condividono con le papere e le oche il maleodorante zoo di Porta Firenze, alimentato dai rifiuti organici che i pensionati gettano dal ponte? Visita la cattedrale, annota i simboli dell’Evangelio che emergono “dal fondo bruno della pietra, annerita dal tempo”. Riporta nei “Taccuini” la visita a Santa Maria Infraportas. E’ colpito dal “fresco delizioso cantare di uccelli” e dal crosciar d’acque del Menotre in vista del monte di Pale. Ora che i nostri luoghi si nutrono dell’insopportabile retorica delle cosiddette «città d’arte», ora che i nostri sindaci hanno deciso di far diventare queste «città d’arte» feticci di un super-marketing turistico, raccontare il viaggio a piedi di Pascarella ci sembra anacronistico. Da Todi a Norcia, da Gubbio a Spoleto, l’Umbria nasconde lo stadio avanzato di una metamorfosi fatale. Per millenni la forma di questi luoghi s’è riconosciuta come in uno specchio ripetuto cento volte. Le città erano scuole per le comunità politiche che le abitavano. Piazze, chiese, palazzi civici, ma anche strade e fiumi apparivano splendidi perché frequentati da tutti. La loro funzione, ancora oggi garantita dall’art. 9 della Costituzione, era quella di permettere ai cittadini di confrontarsi su un piano di parità. Ci s’incontrava per via o in piazza, luoghi di scambio, di osmosi tra la città murata e il contado. Non c’era soluzione di continuità tra cerimoniali e lavoro dei campi, tra commerci e tempi di pura contemplazione, tra giorni feriali e ricorrenze festive. La sopravvivenza e il rispetto del patrimonio storico e artistico erano garantiti dalla comunità tramite l’uso dei luoghi, che oggi hanno ceduto il passo agli shopping malls, alle catene di fastfood, ai take away. Le località descritte da Pascarella assolvevano ad una funzione pratica e democratica, perché vi si svolgevano le attrattive cittadine, la conversazione, la politica, il pettegolezzo socializzante, in altre parole tutto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Oggi che il valore dei luoghi – e dei monumenti che contengono – è stato cancellato a favore della loro rendita economica, cioè del loro potenziale turistico; oggi che le attività civiche sono state espulse da chiese, parchi e palazzi storici; oggi che dilaga il mattone; alle attrattive cittadine si sono sostituiti i non luoghi. Il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico e la socializzazione si svolge nei circoli privati. Come in un nuovo feudalesimo le nostre città tornano a manifestare aggressivamente i rapporti di forza, soprattutto economici e demografici.

Siparietto. A Foligno si sta verificando un fenomeno su cui vale la pena ragionare. Un pifferaio organizza passeggiate aggreganti che lambiscono, senza intaccarle, le mura della città, le piazze ripavimentate e le sponde del fiume. Un serpente formato da cinquecento persone, smaniose affinché qualcuno indichi loro un percorso, incede per la città chiacchierando del più e del meno. La gente ha perso la capacità di divertirsi e di autogovernarsi, così si raduna e marcia senza una destinazione. Pascarella veniva a piedi da Roma, da solo, al massimo in compagnia di un amico. Ci piace credere che i passeggiatori di Foligno – oltre al condivisibile fine salutistico – marcino per protestare contro le insolenze a cui sono sottoposte le città di pietre, condannate a un rapido e irreversibile declino. Ci piace illuderci che il serpentone non sia solo un drappello sospinto da un forte disagio sociale, ma che costituisca la consapevole conseguenza di una forma di ribellione popolare contro la rappresentazione della prepotenza e del disprezzo delle regole a danno del bene comune. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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