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Nel 1962 assistemmo al miracolo spoletino di Giovanni Carandente, che allestì la prima dimostrazione di scultura internazionale all’interno di una città. Seguì nel 1967 a Palazzo Trinci la mostra “Lo Spazio dell’Immagine”, che segnalò Foligno al mondo dell’arte contemporanea per la sua scelta sovversiva di accogliere le opere di Colla, Fontana, Alviani, Biasi, Bonalumi, Boriani, Castellani, Ceroli, Colombo, De Vecchi, Fabro, Festa, Gilardi, Marotta, Mattiacci, Notari, Pascali, Pistoletto e Scheggi. Belli gli anni Sessanta, quando gli spazi attivi delle comunità s’aprivano agli artisti e tutto era possibile, nella vita e nell’arte. All’Umbria fu concessa la duplice occasione di fare il punto sullo stato dell’arte contemporanea. Senza averne le stesse pretese, ma con innegabile merito, il Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno tenta un’ardua “Ricognizione”. Un plauso a Italo Tomassoni, Giancarlo Partenzi, Bruno Corà e Rita Fanelli Marini, al CIAC, insomma, che verifica l’opera di novanta artisti umbri e non solo, perché l’esposizione (che consigliamo vivamente di visitare) include i lavori di quanti hanno scelto la regione come luogo di ispirazione. Accanto ai giovani pascono nella loro gloria artisti del calibro di Beverly Pepper, Colombo Manuelli, Gianni Dessì, Stefano Di Stasio, Carlo Maria Mariani e Luigi Frappi. L’Ancien Régime, insomma e «Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien Régime non potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita», per dirla con Talleyrand. Tuttavia, questo impulso caratteristicamente umbro di trasformare il mondo esterno con le proprie mani parte da lontano. Imprimere il suggello alle cose è una delle più antiche e preziose nostre peculiarità. Evidentemente la Culta Valle, come la definì Leopardi, non ha ancora perduto una vetusta qualità dell’essere umano: la capacità creativa sugli elementi grezzi, che ad altri manca. Ora capiamo perché Carandente e Marchiori decisero di collocare in questa antica cornice le due esposizioni che posero una pietra miliare nel mondo dell’arte. Certo, quelli erano i tempi del Festival del Due Mondi e di Dino Gavina.

Siparietto. Con ammirevole generosità il CIAC promuove, tra l’orrido e il sublime, una “Ricognizione” per verificare se negli artisti umbri sopravviva o meno la predisposizione creativa che sta alla base dell’arte. Contemporaneamente l’Umbria assiste – tra l’orrido e il sublime – al graduale disfacimento di ogni criterio estetico, alla distruzione del suo ambiente, allo stravolgimento della sua civiltà e alla decomposizione del suo genius loci. Mai come ora il bene e il male, sotto analoghe apparenze, si sono mostrati così ambiguamente in lotta. Basta guardare il consumo brutale dei suoli, gli orribili interventi sulle città, le scellerate scelte urbanistiche e i pietosi arredi urbani. Tutto questo ha a che fare con la morte dell’arte. Ne costituisce lo specchio fedele la largheggiante produzione artistica locale verificata dal CIAC, che probabilmente ha esagerato negli inviti, non tenendo in considerazione che l’arte non è una capacità necessaria, né un trastullo solitario dell’uomo. Di artisti che passeranno alla storia, pur breve e locale, ne abbiamo visti pochi. Ai posteri l’ardua sentenza. Rimane il fatto che abbiamo avvertito una pericolosa corrispondenza tra certe aspettative e l’incapacità di realizzarle. Accade anche in politica. Come esistono artisti sublimi esistono imbrattatele. Ci sono politici capaci e inetti di prima categoria. Con la non trascurabile differenza che le velleità di un artista non arrecano grossi danni, sebbene per entrambi i settori sia necessario operare una ferrea selezione. A noi che non siamo stati allievi di Achille Bonito Oliva, ma che abbiamo ben chiara la fenomenologia del cattivo gusto, non sfugge che il declino dell’arte ebbe inizio quando l’uomo decise di abbandonare le pratiche artigianali. Negli umbri, tuttavia, è rimasta forte la velleità di manipolare, di metamorfosare cose, oggetti e luoghi. Questo è il messaggio importante che ci giunge dalla ricognizione. Auspichiamoci tempi migliori capaci di ricondurre il tutto in un universo vitale, come quello dei favolosi anni Sessanta. Ma oggi come oggi lo stato dell’arte in Umbria è questo. Non ci resta che sperare in una nuova e più esaltante ricognizione, magari tra qualche anno, augurandoci che l’arte prossima ventura riesca finalmente ad arrivare al suo scopo, che non è quello di provocare in noi sbadigli, ma le emozioni più elementari, quali l’angoscia, il desiderio, l’estasi e il terrore. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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