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Erano solo settant’anni che a Palazzo dei Priori non faceva ingresso uno di centrodestra, tanto più un ragazzo di famiglia colta e referenziata. Perugia s’aspetta molto dal boy scout, dal cattolico, dal comunicatore taciturno, dal custode del giardino di famiglia, dal liceale, dal nipote di tanto nonno, che insegnò latino e greco al Mariotti. Perugia trema, perché non è più tempo di sbagliare. Andrea ogni mattina scende umanistico, sorridente e sicuro di sé da porta Sole. Trentacinquemila e passa voti di preferenza non sono solo frutto dell’arte poetica. Sono molti anche i settori dove il giovane sindaco è chiamato a cimentarsi. Su uno in particolare si giocherà la sua credibilità, quello della difesa dei luoghi della città e del controllo dei fattori che via via vi si sono insediati. Chiunque s’affacci da Porta Sole s’accorge facilmente che Perugia non si rivela più con la sua solita voce, non racconta più la sua storia, ma si esprime attraverso nuovi preoccupanti segni, sempre più ambigui, sempre più difficili da interpretare. Dove l’azione amministrativa è stata più debole, sbadata o addirittura inerte, i luoghi hanno perso loro identità, la loro aura riconoscibile e allo stesso tempo misteriosa. Fino agli anni Ottanta la città s’esprimeva in armonia con la cultura del genius loci, nell’interesse e nella consapevolezza collettivi, prima che si insediassero a stravolgere i luoghi la follia, l’ignoranza, i favori e la sapienza nana. Come era bella, ammirevole, degna di rispetto Perugia prima che l’azione politica, ma non solo quella, volgesse verso la piattezza e l’omologazione. Non tutto è perduto. Il centro storico mantiene intatte le sue griglie descrittive, nonostante la massiccia antropizzazione diurna e il paradossale spopolamento serale rendano i suoi spazi indefiniti e anonimi. Robetta da apericene e bottiglie di birra frantumate contro la Fontana Maggiore. La cultura è morta e non la resusciti con una mostra fotografica o un concertone. Solo chi abbia sudato sui banchi di scuola – e Romizi pare lo abbia fatto – comprende che nelle politiche per la città prima di ogni altra cosa conta il tema ippocratico della selezione e dell’allestimento dell’insediamento umano. Conta il frutto di una scelta condivisa sulla concezione del bello, dell’utile, del vivibile e infine – ma solo infine – del produttivo. Basta con il populismo strappa consensi, che poi di consensi non ne acchiappa più di tanti, come dimostrato. Solo la città con le sue regole, i suoi temi e le sue espressioni collaudate, può rappresentare un esempio di letteratura politica, architettonica e poetica. Le scelte politiche fino ad ora ricadute su di essa – e quelle collegate all’ordine pubblico e all’urbanistica – sono il frutto dell’ignoranza dovuta alla mancanza di parametri culturali a cui fare riferimento.

Siparietto. Sindaco, dimostraci che non hai sgobbato invano. Una città che si candida a capitale europea della cultura non può essere affidata a politici mediocremente istruiti, ingannati dal lumino della loro minuscola sapienza, convinti di possedere il faro che illumina il mondo e scopre tutte le verità e che sulla scorta di questo lumino ragionano, deducono, fondano teorie e organizzano eventi scambiandoli per cultura. Superata l’euforia del voto – che ti ha spinto al gesto poco raffinato ma già scusato di farti fotografare radioso sulla scrivania ancora calda del tuo predecessore (per mostrarci la tua finora ignota fisionomia, allietata da quel gradevolissimo sentimento di ambizione appagata) – arriveranno gli impegni da mantenere ad ogni costo. Il primo sarà quello di ridare dignità alla cultura con la maiuscola, che purtroppo qualcuno ha frainteso, credendo che dovesse per forza fare la rima con la coltura, nel senso agronomico e gaudente auspicato da Farinetti o da quanti altri vorrebbero campicchiare di concerti e grigliate. Di Perugia Capitale Europea della Cultura ne parliamo più avanti, intanto pensa alla gente che dopo la scossa s’aspetta grandi cose, da te e dalla tua Giunta, di cui fino ad ora hai potuto mostrare solo le pagelle. Occhio, però, alla fine non sono sempre i primi della classe a diventare i primi nella vita. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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