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Le città dell’Umbria sono come abatjour, si accendono e si spengono con un tocco lieve della mano. Più spesso si spengono, purtroppo, e si riaccendono con la stagione buona, con il ritorno della prossima festività, della prossima ricorrenza religiosa. Quando ci riescono, naturalmente, perché ogni ritorno rischia di essere l’ultimo della serie. Ci diceva un sindaco della Valnerina – di cui non ricordiamo il nome, né il paese che con tanto sacrificio amministra – che quest’anno la sua manifestazione, autenticamente culturale, non si farà per mancanza di fondi. Eppure con essa giungevano in paese musicisti, cantori e poeti a braccio da tutto l’Appennino. La cultura pastorale può attendere, con i suoi Guerrin Meschini e le sue sudate forme di pecorino strappate alla pianificazione casearia. Agnese Benedetti, illuminata e illuminante sindaca rieletta a Vallo di Nera – una di quelle a cui andrebbe concessa la possibilità di amministrare un grande Comune – è riuscita a riproporre la sua, di festa, nel paesello che conserva ancora integro, non per caso, l’impianto del nucleo fortificato del primo Duecento. Spiegare qui cosa sia la “Casa dei Racconti” a Vallo, il valore educativo e formativo delle storie montanine salvate o gli aneddoti trasmessi oralmente di generazione in generazione dagli abitanti della Valnerina, ci porterebbe lontano. Ahinoi, ormai gli approfondimenti si fanno in punta di smartphone. Certo, si potrebbe discutere se con i problemi economici della nostra regione sia preferibile investire su un fotoreporter di Philadelphia, “conosciuto principalmente per la fotografia Ragazza afgana” come leggiamo su Wikipedia, oppure recuperare il patrimonio orale di una Valnerina inascoltata. La risposta datela voi. Sarebbe bene fare entrambe le cose, ma il piatto piange, anzi si dispera. Eppure da quelle parti, dove non arrivano gli eventoni e i concertoni, i sindaci sono molto determinati. Ci piace che Egildo Spada, Presidente Consorzio BIM Nera-Velino, sindaco di frontiera a Poggiodomo e Marisa Angelini, che difende il patrimonio di conoscenze della transumanza a Monteleone di Spoleto (posticino un po’ isolato, bisogna ammetterlo) quando devono organizzare qualcosa in piazza si portino le seggiole da casa. Come loro tutti gli altri amministratori della Valnerina trascurata. E non crediate che si tratti solo di mangiate e bevute, alzate di bicchieri e raduni all’aperto, di incantesimi sospesi in riva a torrenti dove si consumano cocomeri e grigliate. Le iniziative culturali della Valnerina non si riducono mai alla felicità di un momento. Dipenderà dal fatto che lassù sono abituati a fare i conti con le tasche vuote, ma da quel cilindro fuoriescono iniziative assai diverse dalle sagre che ammorbano il resto della regione.

Siparietto. Gli amministratori si dividono in due, i bravi e gli scarsi. Come accade in tutti i settori professionali, del resto. Non c’è niente di più penalizzante dell’immagine sado-maso-gastrica affibbiata a questo territorio, di più limitativo del brand impostogli dall’incrocio inscindibile tra aria aperta e maiale. L’Umbria dovrebbe ripartire da San Benedetto, dal Pontano, da Santa Scolastica e dalla scuola chirurgica di Preci, magari guardandosi nel fondo delle tasche per rinvenire qualche spicciolo e far sì che i sindaci non siano mortificati dai tagli e dalle manovre finanziarie succedutesi negli ultimi anni. Perché sono queste politiche che ci restituiscono una società sempre più ignorante, quella che per intenderci crede di essere andata al Festival di Spoleto solo per aver preso un gelato al Canasta, senza sapere che al Caio Melisso dirige Riccardo Muti. Un Governo che ignora il valore economico – oltre che salvifico – della cultura; che sceglie di delocalizzare floride industrie piuttosto che investire in settori strategici promuovendo lo straordinario patrimonio artistico, culturale e paesaggistico avuto in sorte; che sottrae i finanziamenti alla ricerca storica, all’istruzione e alla formazione pubblica, non fa certamente gli interessi del paese. Dispiace dirlo, oppure no, ma gira gira il nuovo sta proprio nel passato. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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