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Per una serie di motivi che non vale la pena spiegare, giovedì sera ero negli studi di Announo, mentre, servizio dopo servizio, andava in onda l’ennesimo linciaggio mediatico di Perugia, la mia città. Ve lo dico subito: non mi ha fatto piacere e a fine puntata ho avuto modo di “protestare” con gli autori, facendo presente che probabilmente si stava esagerando, in un mix di luoghi comuni mossi dall’inerzia, nel demonizzare la nostra realtà. Si è trattato di una difesa impulsiva, oserei dire sanguigna, della mia città, potenzialmente fra le più belle d’Italia. Città di cui decanto le meraviglie ogni volta in cui mi capita di parlarne con qualcuno che non la conosce. Però, a mente fredda, mi rendo conto che la mia era soltanto una sterile difesa d’ufficio. Come quella di un legale a cui appioppano un cliente che è stato appena colto in fragranza di reato: si tratta di difendere l’indifendibile. E non solo perché i servizi televisivi sono là e sono eloquenti, al di là di qualsiasi montaggio o improbabile manipolazione. A chi in queste ore muove querele o scrive arringhe difensive appassionate chiedo di fare, in buona fede, alcune riflessioni. Magari provando a rispondere ad alcune semplici domande.

Se in una trasmissione in cui si parla di droga, si sceglie Perugia come paradigma del narcotraffico, dovremmo chiederci, innanzi tutto, perché. Forse perché la nostra città nell’immaginario collettivo è ormai annodata a filo doppio a questo cliché. Si dirà: è colpa dell’inerzia o della scarsa fantasia dei giornalisti. Quale risposta migliore, allora, di fargli trovare una città finalmente diversa nel momento in cui si armano di telecamera per venire a raccontare questo paese dei balocchi dello sballo? Perché se poi, quando arrivano a fare un servizio, continuano a testimoniare le stesse cose che andavano in onda nei servizi di Porta a Porta sette anni fa all’indomani dell’omicidio Meredith diventa difficile attaccarsi soltanto all’inerzia.

Si dirà anche che se si andasse a fare un servizio simile in qualsiasi altra città ne uscirebbe un quadro in carta carbone. Partendo dal presupposto che questa motivazione suona molto come “mal comune mezzo gaudio”, il che in fondo è un’implicita ammissione di sconfitta, ho molti dubbi che l’obiezione corrisponda al vero. Per lavoro viaggio molto, grandi e piccole città, metropoli e città popolose spesso associate alla criminalità, centri universitari e tranquille realtà industriali: ebbene posso dire che il senso di degrado – con spacciatori che operano alla luce del sole nei luoghi simbolo della città con l’aria sprezzante di chi si sente possessore di una sorta d’impunità – che si percepisce a Perugia, altrove non l’ho mai percepita.

Si dirà che in fin dei conti oggi rispetto al passato l’evidenza non si nega più e che anzi si è preso consapevolezza che la città hai dei problemi che vanno risolti. Trovo che si tratti di due aggravanti. La prima implica che ci si è mossi con un ritardo ingiustificabile, quando erano già in molti a lanciare drammatiche grida d’allarme. Fra l’altro negando, un po’ come si fa oggi, dietro a una cortina fumogena di querele e commenti indignati, che Perugia avesse bisogno di essere salvata. E le reazioni ai servizi di Porta a Porta di allora erano molto simili alle reazioni che si registrano oggi a quelli di Announo. La seconda implica che se davvero si è presa coscienza del problema non si stanno dando le risposte necessarie. Dal canto mio posso portare la testimonianza diretta di un abitante del centro, quale sono, che sotto casa continua a imbattersi in ronde di tunisini dediti allo spaccio. Il caso limite è quello della “sentinella” fissa piazzata di fronte al portoncino di un palazzo di piazza Ansidei dal quale si possono osservare sia il via vai di clienti che eventuali raid delle forze dell’ordine con una panoramica completa su via Ulisse Rocchi, lato piazza Danti, via Ulisse Rocchi, lato Arco Etrusco, e via Baldeschi. Inutile sottolineare quante volte queste persone e queste situazioni siano state segnalate (invano!) alle forze dell’ordine.

Si dirà che negli ultimi anni qualcosa è stato comunque fatto. Molti lo hanno anche scritto. Davvero? Bene, forse prima di parlare bisognerebbe studiarsi i numeri. E quei numeri con Perugia e con l’Umbria continuano a essere impietosi. La nostra regione nel 2012 era al primo posto in assoluto per numero di morti per droga in proporzione ai suoi abitanti: 4 morti ogni 100mila abitanti, un dato 4 volte superiore a quello nazionale che è di 0,9 morti per droga ogni 100mila abitanti.

E nel corso dultimi sedici anni, infatti, i morti per overdose in Umbria si sono sempre aggirati intorno ai 25 l’anno, con un picco massimo di 35 nel 2007 – anno “nero” per Perugia e per l’Umbria, quello dell’omicidio di Meredith Kercher – e un calo molto marcato nel 2009 con appena 18 vittime. Poi nel 2010 il numero di morti è tornato a crescere (24), per salire ulteriormente nel 2011 e riscendere leggermente nel 2012. Stando oggi ai primi dati relativi al 2013, qualcosa in effetti sembra migliorare. Le morti a Perugia e Provincia sarebbero state “appena” 14 (dato da confermare). Certo, va leggermente meglio, ma sarebbero pur sempre 2 morti ogni 100mila abitanti: comunque il doppio della media nazionale. Alla luce di questi numeri sorprende davvero che Perugia venga ancora dipinta come la capitale della droga dai media?

Si dirà anche che è stato aperto un punto di polizia in centro (via Bartolo); ma il risultato non è stato esattamente quello sperato e gli spacciatori si sono soltanto spostati di una cinquantina di metri.

Sono tanti i motivi per cui è giusto difendere la propria città. Anch’io sulle prime come detto, in uno slancio d’amore, ho protestato con gli autori di Announo. Ma poi, razionalizzando, dovremmo fare più autocritica. Far parlare la testa e non la pancia. E prendere atto che c’è ancora molto da fare per toglierci di dosso questa etichetta. In fondo oggi, numeri a parte, trovare droga a Perugia (e i servizi giornalistici su questo mostrano una realtà impietosa) è una delle cose più semplici del mondo. Anche perché gli spacciatori girano impuniti e sono facilmente individuabili da chiunque, tanto che la domanda che si pone la persona comune è: “se tutti sanno chi sono perché le forze dell’ordine non intervengono?”

 Non si può vivere ogni accusa come un’aggressione. Perché se è vero che oggi la città e la sua amministrazione sembrano avere una gran voglia di togliersi questa fama di dosso non si può negare che lo status quo sia maturato in un contesto reso fertile da retoriche ideologie della tolleranza e rifiuto del “pugno duro”, in un horror vacui la cui punta dell’iceberg erano le dichiarazioni dell’ex primo cittadino, Renato Locchi, il quale era solito minimizzare il problema delle morti per overdose a Perugia sostenendo che gran parte dei morti non erano perugini. Affermazioni sbalorditive che non tenevano conto di come il dato fosse un’aggravante, in quanto la città nel frattempo stava diventando un vero e proprio centro dello spaccio e per questo molti venivano a drogarsi e talvolta, purtroppo, a morire a Perugia.

Per questo le levate di scudi indignate di oggi suonano fuori luogo e persino stonate. Questa giunta è figlia della giunta Locchi e non può continuare a disconoscere la paternità di certi errori come se fossero stati generati dallo Stato Pontificio nel 1870. L’immagine di Perugia va difesa, ma non querelando i giornalisti. L’immagine di Perugia va difesa, ma non negando l’evidenza.

Si deve combattere di più e meglio lo spaccio con ogni mezzo possibile. Si deve rendere Perugia di nuovo una città a misura di studente, fermando l’emorragia di iscrizioni all’Università. Si devono illuminare di più e meglio i vicoli del centro e bisogna intervenire con ancora più fermezza nei luoghi dello spaccio. L’obiettivo deve essere quello di rendere irrealizzabile un servizio giornalistico come quello andato in onda giovedì scorso su La7. Ma la strada, in questo senso, è ancora lunga. Se lo neghiamo prima di tutto mentiamo a noi stessi. Da questo punto di vista un bel segnale potrebbe arrivare dal primo cittadino, chiunque esso sia dall’8 giugno in poi. Prenda casa in centro, passeggi di notte per le vie dell’Acropoli, veda con i suoi occhi che quel che si racconta in tv purtroppo non è così lontano dal vero. E dimostri ai cittadini che chi amministra c’è, vicino e presente, in grado di toccare con mano i problemi. Venga a vivere la nostra indignazione quotidiana e non quella estemporanea per una trasmissione che prende a calci la nostra città. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, prese in eredità una città che conosco bene e con problemi molto simili a quelli di Perugia. Nel giro di cinque anni riuscì letteralmente a ripulire Verona da quella sensazione di degrado e spaccio che si respirava in tante strade del centro. Dio solo sa quanto mi costa elogiare un sindaco leghista, ma dietro a questa analisi c’è un elemento molto significativo: se davvero si vuole cambiare, si può. Certo, dipende dalle forze dell’ordine, dalla collaborazione dei cittadini, dalle leggi dello stato. Ma un sindaco che voglia davvero debellare una simile piaga può riuscirci. Mi auguro che il prossimo primo cittadino, Boccali o Romizi che sia, si dia questo obiettivo come risultato.

Perché, francamente, non ne possiamo più neppure noi di certi servizi in tv. Ma soprattutto non ne possiamo più di convivere con il degrado e di essere spesso costretti a vergognarci della nostra città.


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