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Alberto Savinio scrive in “Nuova Enciclopedia” che “Il 26 ottobre 1786 Goethe arriva per la prima volta ad Assisi, si fa indicare il tempio di Minerva ; lo ammira lungamente e non meno lungamente ne scrive la sera stessa nel suo diario, poi riparte alla volta di Foligno senza aver messo piede nella chiesa di San Francesco. Goethe, come si sa, era avverso a qualunque forma di fanatismo e per questo se la diceva così poco con i culti e le religioni. Ma non è anche questa forse una forma di fanatismo – di fanatismo rovesciato?”. L’aneddoto ci induce a molteplici considerazioni. La prima è che le cose che scriviamo restano sempre impregnate dei loro spazi e dei loro sistemi di relazione. La seconda riguarda la molteplicità dei differenti genius loci attribuibili alle città umbre, molteplicità che se per taluni rappresenta una ricchezza, per altri comporta una confusione d’immagine. La terza è che l’Umbria conserva ancora una sua riconoscibilità ascrivibile alle caratteristiche felici della primigenia localizzazione. In altre parole è ancora in grado di identificarsi con i luoghi dettati dal suo accadere storico. Tuttavia, chi abbia acutamente studiato le relazioni tra l’agire amministrativo e l’affermarsi di una idea regionale unitaria, sa che le guerre di campanile costituiscono da sempre un freno per il rilancio dell’immagine turistica. Dovremmo tornare a guardare alla nostra regione come ad un unicum, imparando dalla Toscana. Oggi ci si è messa pure la politica a spaccare la regione in due. Al Centrodestra le città a maggiore vocazione turistica: Norcia, Spoleto, Assisi, Montefalco a cui s’è aggiunta la Perugia di Romizi. Al Centrosinistra Foligno, Todi, Spello, Gubbio e Orvieto. Se i circuiti turistici non colloquiavano prima, figuriamoci adesso. Avrà il suo da fare l’assessore Bracco a tenere insieme le pedine che mal si conciliano con la visione platonica di un cosmo ordinato all’interno della rissosa scacchiera delle pòleis umbre. Il turista non ci guarda più con lo stupore di una volta. Nell’immaginario collettivo s’è sbiadita l’originaria rappresentazione di una regione che difendeva con orgoglio il suo ruolo essenziale svolto nel corso della storia del paese.

Siparietto. La prova della perdita di questa identità, la conferma della dispersione d’immagine sta proprio negli scatti di Steve McCurry, il cui collage offre una rappresentazione frammentaria, difficilmente ricomponibile della regione. Per dirla con Plutarco non siamo più la Delfi di una volta, ora che il declino degli oracoli è cosa assodata. L’Umbria non è più il centro atemporale di un turismo qualificato per anni convergente su di essa. Sono i fanatismi rovesciati alla maniera del Goethe e il diverso disporsi dei turisti che producono il centro, mentre dai confini muovono nuove istanze, nuove incognite, insieme a tanta spietata concorrenza. Oggi che persino Umbria Jazz e il Festival di Spoleto sono divenuti fantasmi irriconoscibili dobbiamo prendere atto che non si può vivacchiare di eventi, né correre dietro alle frammentarie esigenze uscite dal rigurgitante cesto della richiesta turistica. E’ ora di porre fine alla dispersione di risorse finalizzate solo ad accattare consensi. Urge proiettarsi nel futuro puntando sulla fortuna dei luoghi, pochi ma buoni, perché solo così sarà possibile rendere fruttuoso il loro passato. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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