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Il dato non solo è storico, ma ha un peso politico specifico incalcolabile: nel momento di massimo splendore e consenso del PD a livello nazionale, la sinistra perde l’egemonia a Perugia dove governava ininterrottamente da 68 anni, e il centrodestra, mai così debole a livello nazionale dalla discesa in campo di Berlusconi a oggi, ribalta ogni pronostico e conquista una città che sembrava proprietà privata di un partito e di un gruppo di potere. Merito senz’altro di Andrea Romizi, candidato giovane, pulito e capace che ha saputo riaccendere gli entusiasmi di una cittadinanza sconfortata e demoralizzata, ma anche e soprattutto demerito di chi ha governato Perugia negli ultimi 15 anni. Perché il clamoroso tonfo del PD è innanzi tutto una sconfitta che nasce sull’asse Locchi-Boccali. Quindici anni in cui la città ha perso quasi tutti i suoi primati: da quello universitario a quella della vivibilità, da quello della vivacità del suo centro storico a quello della sicurezza. Quindici anni in cui, mattone dopo mattone, centro commerciale dopo centro commerciale, scelta urbanistica incomprensibile (vedi lo studentato dell’Adisu di fronte a San Bevignate) dopo scelta urbanistica incomprensibile (qualcuno ha pensato a come decongestionare la viabilità quando sarà pronta la Nuova Monteluce?), la nostra città è stata graffiata, giorno dopo giorno, dagli artigli dell’arroganza di un potere che credeva di essere autoimmune e che invece è stato debellato da una difesa immunitaria ancora più forte: l’istinto di conservazione dei cittadini. Cittadini stanchi di vedere precipitare l’immagine di Perugia, stanchi di vedere le vie del centro in mano agli spacciatori, stanchi di vedere il prezzo dei parcheggi sulle strisce blu alle stelle, stanchi di constatare l’emorragia di studenti, stanchi di vedere un’amministrazione sorda alle necessità di commercianti e imprese, stanchi di sentirsi amministrati da chi sembrava avere a cuore di tutto fuorché l’amore per la città. C’era chi temeva che questo sistema fosse destinato a sopravvivere in eterno come un numero periodico dopo la virgola. E invece è arrivato il punto. Un voto che trascende le ideologie e i retaggi culturali e che consegna la città a un Primo Cittadino che, sulla carta, sembra avere davvero voglia di cambiare le cose. La politica a volte è cinica, al di là di ogni ragionevole pronostico: però dopo anni in cui i cittadini continuavano a riconsegnare la città nelle mani di chi secondo molti non stava governando bene, anni in cui si continuava a premiare lo status quo senza soluzione di continuità nonostante un malcontento diffuso e montante, erano sempre di meno quelli che credevano davvero che si potesse vivere un simile terremoto politico a Perugia. Ma la sconfitta del PD parte da lontano: nasce dall’idea di essersi sempre sentiti invincibili nel capoluogo, dal non avere mai ammesso i propri macroscopici errori, dal non aver mai cercato il dialogo con chi criticava, in nome di quella sindrome da accerchiamento per cui se osavi criticare eri un nemico, a prescindere dalle tue ragioni. Le stesse parole spese da alcuni consiglieri comunali all’indomani del (brutto) servizio di Announo sulla droga a Perugia, rispecchiavano una forma mentis impermeabile a qualsiasi critica e il tenore dei termini scomodati fu: “querela”, “diffamazione”, “attacco politico premeditato”. Nessuno che si sia chiesto invece perché dal 2007 a oggi (nonostante scandali, sputtanamenti mediatici di ogni sorta e polemiche) sia ancora possibile arrivare a Perugia armati di telecamera e confezionare un servizio del genere, come se in sette anni non fosse passato un giorno. Su questa superbia e sull’incapacità di riconoscere i propri errori è caduta la giunta Boccali e insieme a lei un sistema di potere alimentato dalla tracotanza di dirigenti nell’ombra, di consiglieri e consigliori vari, spesso animati da interessi peculiari più che dalle reali esigenze della città. Un percorso a tappe verso una clamorosa sconfitta in cui l’importante candidatura di Perugia a Capitale europea della Cultura 2019 è stata soprattutto una foglia di fico, buona per coprire il declino e utile per riempirsi la bocca in mancanza di argomenti migliori. Fra tanti errori commessi anche quello di non dare discontinuità a un sindaco la cui popolarità era in caduta libera. Se il PD locale fosse stato abituato a fare autocritica, forse si sarebbe giocato la carta di una candidatura diversa, magari quella di Andrea Cernicchi. E invece anche qua ha prevalso il senso di impunità assoluta. Nessuno pensava di poter pagare per i propri errori. Anzi si è pensato pure di sfruttare l’effetto Renzi (fino a qualche mese fa assai inviso e mal tollerato da Boccali & co.) per portare a casa ancora una volta Palazzo dei Priori. Mai errore fu più colossale. Non sono bastati né Renzi né l’inerzia: Perugia, semplicemente, di questa classe politica non ne poteva più. E non sono bastati neppure gli imbarazzanti endorsement di tanti esponenti del mondo culturale locale. Intellighenzia de noantri, sorda e cieca rispetto al declino evidente della città. Nominarli uno per uno sarebbe un triste esercizio di sadismo, ma gli appelli pro-Boccali firmati da chi pensava di poter guadagnare credito presso il sindaco uscente in vista di una scontata rielezione si sono trasformati in un misero boomerang.
Oggi Perugia è finalmente libera. Libera dalle catene di un sistema politico che la stava soffocando. Un sistema con il quale, badate bene, destra e sinistra hanno poco a che vedere. La partita si è giocata su una scelta molto più semplice e assai meno ideologica: rassegnarsi o reagire. E la città ha finalmente scelto di reagire. Amare Perugia non significa, né significava, necessariamente votare a destra. Amare Perugia significava dare un segnale di cambiamento forte e netto, per opporsi al tracollo della città. Non ci sono altre chiavi di lettura. Perugia si libera da una classe dirigente che si sentiva padrona della città e si consegna nelle mani di un giovane preparato che si sente, prima di tutto, cittadino della sua città. La strada per il cambiamento non sarà né corta né facile. Ma è stata comunque imboccata. E il fatto che alla guida ci sia una persona per bene come Andrea Romizi, può finalmente indurre all’ottimismo.


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