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Giugno, è tempo di migrare. Non si tratta di pastori in terra d’Abruzzo ma – parafrasando il Poeta – di uno sfratto da palazzo dei Priori, imprevisto in tempi di baldoria renziana. Gli sfratti bruciano sempre, non è il caso di farci dello spirito sopra. La responsabilità è collettiva, mica del solo sconsigliato. Non era neppure il caso di farsi fotografare pochi istanti dopo la vittoria in atteggiamento trionfalistico sulla scrivania ancora calda di Boccali. Spesso lo stile non si coniuga con l’entusiasmo e comunque è sempre sbagliato iniziare sparando sulla Croce Rossa. Lunedì mattina, di buon ora, il paesaggio era lunare. Sopra le panchine dei giardini Carducci qualche bottiglia non terminata di birra, come se la città si fosse fermata all’improvviso dopo una notizia inaspettata. I negozi avevano le saracinesche abbassate, intanto che i quadri concordavano al cellulare i dolorosi comunicati: «Una sconfitta epocale e terrificante», «Qui si è rotto il rapporto con l’opinione pubblica», «La città ha voltato le spalle». Ipotesi di complotto, ipotesi di assenteismo balneare, ipotesi di troppe sicurezze affidate alle rendite di posizione. Eppure fino all’ubriacatura di Renzi (si legga il nostro articolo del 29.5 c.m dal titolo “Porchetta e Champagne”) il sistema aveva retto come la diga le Vajont prima del disastro. I perugini non amano passeggiare di lunedì. Per il corso deserto incontriamo solo netturbini svogliati, giudici assonnati, avvocati corrucciati, impiegati di uffici pubblici, tutti sgattaiolanti dentro gli enormi portoni, che richiamano la presenza di altrettanto enormi palazzi. Leonelli spiegherà la mattina stessa che la sconfitta non gli appartiene, perché è entrato in campo in zona Cesarini. Come dargli torto? Gli si potrebbe, comunque, obiettare che Romizi è entrato in campo addirittura nel corso dei supplementari, ma questi sono dettagli. Rimane il mistero, nemmeno tanto misterioso, di come tra il primo e secondo turno l’ex abbia smarrito per strada 13 mila voti e il pervenuto se ne sia trovati, sempre per strada, 14 mila. Lanciamo lo sguardo dal Punto di Vista verso la restante regione. Perché l’Umbria c’è, nonostante tutto. La Foligno “democratica” è salva per un pelo, le conurbazioni pure. Di Girolamo a Terni, Todini a Marsciano e Germani ad Orvieto hanno retto la botta. A Spoleto altra batosta, ma per fortuna sta per arrivare il Festival dei Due Mondi. Laggiù è proprio un mondo a parte. Rossi dopo la sconfitta fa sapere: «Non mi assumo alcuna responsabilità, i presupposti erano disastrosi». Notare la differenza di forma rispetto alle dichiarazioni di Wladimiro. Comunque diciamocelo, ora la patata bollente passa a chi lo aveva sostenuto dall’alto, senza sostenerlo saldamente alla base. Tra otto mesi si svolgeranno le regionali. Ci toccheranno di nuovo le primarie? Il giovane segretario è chiamato a mostrare i sui talenti. Ha già preannunciato che le istanze di rinnovamento non sono più rinviabili.

Siparietto. Tocca a Romizi. Dopo l’euforia, da qualcuno giudicata eccessiva, assisteremo alla prova tantalica di rimettere in piedi il gigante d’argilla, mentre l’Umbrietta si lecca le ferite e ricerca motivi di conforto nel comunicato della sede regionale della Banca d’Italia. Il rapporto congiunturale sull’economia locale indica che il PIL, nel 2013 sceso dell’1,9%, è previsto in «graduale miglioramento». Consoliamoci con gli aglietti e immergiamoci nella stagione delle sagre, del Festival, di Umbria Jazz, della Quintana e delle Gaite. Oggi inizia pure il Mondiale di Calcio, refugium peccatorum di chi non ama staccarsi dalla propria poltrona. Anche se qualche volta troppo attaccamento alle poltrone non paga. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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