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Magnifico e possente, tetro e labirintico è l’inferno senza fiamme eretto da Paolo III sulle macerie delle dimore dei Baglioni ribellatisi al Papa: un monumento alla sottomissione, un baluardo del potere papale sull’antico comune. Nel costruire la Rocca Paolina, Antonio da Sangallo il Giovane, adoperò i resti delle torri, delle case e delle chiese di Borgo di Santa Giuliana: Li avvinse in un abbraccio infernale di laterizi e di pietre e poi li ricoprì di possenti volte. Non si capisce bene se la sua conformazione sia stata realizzata sulla superficie del suolo oppure incavata nell’interno della roccia. Il sole non vi scorre mai. Vi scorrono, invece, le scale mobili utilizzate da quanti hanno trovato parcheggio a Piazza Partigiani e che alzando lo sguardo per rinvenire una fettuccia di cielo, provano la bizzarra sensazione di affrontare un viaggio al centro della terra. Eppure quegli abituri conservano un fascino inconsueto, identitario, nascostamente perugino. Per chi sa vedere oltre le tenebre somigliano a occhi cavi e pieni d’ombra in fondo ai quali ammiccavano torce a rischiarare la vita spenta del popolo ipogeo, lontano dal sentire degli uomini insediatisi nella pianura cosparsa di luce su cui la Rocca s’affaccia. Il turista che sale accarezza le pareti umidicce di quella costruzione con la sensibilità delle mani, esamina al tatto le rughe degli ambienti possenti e grifagni, più adatti a un popolo di spazzacamini che a una città che intende riscattarsi dalla propria sorte. In questi giorni non si sa bene chi va e chi resta. Sbucano a piazza Italia – in capo al nastro che traghetta schiere di sinantropi – volti somiglianti a uova lessate. Apriti al mondo Perugia, che tra poco risuonerà la colonna sonora di Umbria Jazz. Tra le braci di un inferno senza visibili tormenti, il drammatismo è scontato. Le teste continueranno a cadere una ad una. L’ultima a rotolare dal Soprammuro, oggi piazza Matteotti, è stata quella del Dionigi che se l’è presa con le madri dei drogati. Avanti a chi tocca, ora. Le vicende alterne della storia – e il lavorio instancabile della natura – non cancelleranno mai dai luoghi la memoria fisica delle più cruente esecuzioni risolte sulla piazza. Quanti perugini sanno ancora riconoscere la natura materiale e simbolica degli spazi che li circondano?

Siparietto. Per favorire la Rinascenza si sono affidati a quattro biciclette a pedalata assistita. Le bike sharing sono disponibili presso l’infopoint di Pian di Massiano da dove parte Caronte con il suo vagoncino sospeso nel nulla alla conquista dell’acropoli. Ci monti, dai due pedalate, schivi le processioni di automobili e le riponi alle Logge dei Lanari. Sorridi Perugia che è arrivata la mobilità dolce, con le sue discese ardite e le risalite, su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi ancora in alto con un grande salto. Girare in bici in via Alessi o in via dei Priori è come andare a tartufi col gatto. Dove vai Perugia quando poi resti sola? Senza ali, tu lo sai, non si vola. Come può uno scoglio arginare il mare? Anche se non voglio, torno già a votare. Beata umbritudine, umbra beatitudine


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