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Il Giro d’Italia farà tappa a Foligno, per ripartire sabato mattina alla volta dell’Appennino romagnolo. Peccato che non ci sia più Gianni Brera a descriverci le cunette della Flaminia, ripulite per l’occasione. Ci voleva la carovana su due ruote per dare lustro alle nostre città. La rotatoria di Borgo Trevi, per fare un esempio, somiglia al Jardin du Luxembourg. I nastri d’asfalto dove i corridori si lanceranno nella volata sono tanti tavoli da biliardo, mentre lungo le strade dell’Umbria intera si spalancano crepacci e voragini. Foligno, la città degli eventi mordi e fuggi, accoglierà i ciclisti con mostre fotografiche, jazz, open village e notti rosa. Poi via tutti verso Nocera, Gualdo Tadino e il valico di Scheggia. Sarà il colombiano Quintana (ci sembra di aver già sentito questo nome) o lo spagnolo Joaquim Purito Rodriguez a tagliare per primo il traguardo di via Nazario Sauro? La città celebra la gloria del Pirata chiacchierato, chiude le scuole, rimuove il guano dei piccioni, srotola i tappeti delle sue vie, le eterna attraverso gli scatti di Giovanni Galardini, il suo fotografo più bravo, che producono l’effetto opposto richiesto dal committente, perché ritraggono un centro storico agonizzante, popolato da spettri fuori fuoco, lievitanti su superbi lastricati. Foligno – autoproclamatasi città sulle due ruote – autorizza il traffico veicolare all’interno delle sue mura. Eppure la patria del Piermarini è bella da toglierti il fiato, già messo a dura prova dai tubi di scappamento. Ecco perché ci sarebbe voluto Gianni Brera a raccontarla sulla Gazzetta dello Sport, questa Foligno conquistata dai corridori che sfrecciano per le vie in un dilatarsi affannoso di anche, di cosce depilate, di ginocchia affusolate, di polpacci snelli e agili caviglie. Per poi lasciarsi dietro quel rumore di vento prolungato tipico di ogni gruppo in fuga. Che vinca Quintana o un altro non importa, ha vinto comunque la città, perché è stata prescelta come sede dell’impresa sportiva, sulla quale per due giorni – mica di più – calerà come un drappo dorato una luce epica d’altri tempi. Quasi che la sede stessa fosse la conseguenza naturale di una superiore prodezza, proprio come è accaduto per Raffaello e la sua Madonna vaticana. Ora che le pavimentazioni sono state consegnate bisognerebbe invertire i rapporti funzionali tra le due ruote e l’insediamento urbano. I vecchi ricordano le centinaia di biciclette che al primo sibilo della sirena delle Grandi Officine si riversavano con brillio di raggi su viale Ancona. Quella massa critica pedalante non può essere banalmente rappresentata dalla spietata, affascinante metafora di vita che è oggi il ciclismo agonistico. Essa descriveva la forza vera di questa città operaia e operosa, la sua identità.

Siparietto. Ai giorni nostri la bicicletta non è più un ausilio, un arnese di lavoro, una conquista sociale, come auspicava Pierre Giffard, ma solo un’umile licenza alla nostra altalenante ansia di andare. Se in una città sferzata dal traffico veicolare la bici ha ancora una sua logica salvifica, questa va ricercata nella popolarità che riscuote tra i giovani, le donne e i bambini. Anche tra gli anziani a corto di pensioni, che sfidano le loro sciatalgie in sella alle vecchie Bianchi e Legnano acquistate da Ugolinelli o Battistelli, eroiche, centralissime botteghe sopravvissute al richiamo della Paciana. Questa logica non bisogna necessariamente ricercarla nel Giro che Foligno si onora di ospitare, nella folle, prorompente vibrazione del moto rinvenibile in quei congegni di muscoli, polpacci e teste rasate alla Pantani. Neppure nella vitalità che conquista, al cospetto delle morfologie superiori dei praticanti della pedalata domenicale, che inducono gli automobilisti a sorpassi temerari per schivare il traffico che procede in senso contrario. A Foligno più di un monumento al cavallo bisognerebbe innalzare un monumento alla bicicletta, perchè ci ricordi chi eravamo e ci istruisca su quel che diventeremo in futuro. Poiché la bicicletta è l’unico mezzo sostenibile per accordare la nostra vita con il tempo e con lo spazio, senza i quali le città non possono considerarsi umane. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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