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L’umbro ha sempre difeso la terra che l’ha nutrito. L’ha bonificata dalle acque, dissodata dalla pietra, lavorata con fatica. L’ha protetta tramite il grande gesto umano del possesso, del frutto del lavoro. Lo ha fatto con ogni mezzo, attraverso i giudici, i geometri, i periti agrari e gli avvocati. Talvolta attraverso l’incendio ritorsivo del pagliaio del vicino. L’ha marcata, delimitata con le siepi e le querce. Il segno sacro e litigioso del recingere, del costruire una frontiera è comune a tutte le civiltà arcaiche e rurali. L’uomo di oggi, frequentatore degli spazi digitali, non riesce a comprendere che una volta le frontiere erano tracciate in maniera rituale. Il senso della proprietà non sarà mai abolito, perché legato al gesto istintivo del conchiudere, del difendere, che a guardare bene è il gesto della madre mentre abbraccia il figlio e dell’uomo che cinge il suo campo. Tutto il resto è pura demagogia, epigramma ideologico da quattro soldi. La proprietà non è un furto, come qualcuno voleva farci credere nei favolosi anni Settanta. I Romani conoscevano i Terminalia, festività dedicate al dio Termine che proteggeva i confini. La loro rappresentazione era scolpita in un cippo piantato nel suolo a separare le diverse proprietà. I proprietari dei due terreni adiacenti innalzavano un termine, a modo di un altare grezzo, offrendo grano, miele e vino, sacrificando un agnello o un maiale appena nato. Il solco fratricida su cui fu fondata Roma spiega il resto, fino ad arrivare ai morti delle baionette, sacrificati sui confini per la difesa del suolo. L’era digitale ci inchioda all’interno delle nostre abitazioni, illudendoci di viaggiare, mentre invece rimaniamo incastrati all’interno del nostro piccolo orto. L’Umbria è una regione conchiusa, schiacciata tra una cerchia di monti e la vasta campagna toscana, che da sempre fa i conti con i confini sacri del mio e del tuo, con il malessere agricolo ereditato dalla mezzadria e dalle riforme possibili. L’umbro, con gli occhi un po’ malignazzi e la pancetta onesta del sedentario, non è più quello che spingeva l’aratro esiodeo dietro il carro delle chianine, ma l’erede del fattore che innalza villette geometrili e conficca nel suolo le sue pietre confinarie. Eppure non perde l’occasione per ricordare al piccolo mondo sparagnino che lo circonda, che la terra va difesa ad ogni costo. Quello di marcare i confini, di sollevare barricate, scavare fossati è uno degli aspetti fondanti dell’umbritudine, questa dimensione dello spirito che caratterizza profondamente gli umbri e che si manifesta in una ruvidezza schiva, una generosità raffrenata, una netta ritrosia a esprimere i sentimenti positivi, un’irriducibile diffidenza verso ogni innovazione proveniente da un altrove non visibile dal proprio orizzonte, alle quali si aggiunge una carsica vena atrabiliare che assume a volte, inopinatamente, le forme della veemenza passionale o di una carnale disposizione godereccia.

Siparietto. La lunga metafora che precede è invariabilmente applicabile ai caratteri regionali come alla politica. Ci eravamo illusi che tirasse un’arietta diversa. Non un’aria imbizzarrita che rendesse meno fastidiose le prossime calure elettorali, ma perlomeno fresca. Manco per niente. Nel corso del festival del giornalismo abbiamo avuto l’inaudita ventura di rivedere la smagliante Perugia di una volta. Domenica la squadra di calcio è tornata in serie B e per un soffio i pallavolisti non sono diventati campioni d’Italia. Tra poco esploderà Umbria Jazz e i prosecchi sorrideranno nei calici, diffondendo grato ottimismo. Peccato che gira gira noi siamo sempre quelli del solco, gli eredi terragni di Romolo e Remo, per non dire di Porsenna. Stabilire i pro e i contro di questo atavico atteggiamento – che unitamente alla sfigata posizione geografica, ci ha portato all’isolamento – non è facile per gli eminenti sociologi, politologi e storici della regione. Figuriamoci per chi scrive. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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