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Pasqua porta con sé la Vernaccia di Cannara, vino ordinario, ma vino della Festa. Concedeteci l’ossimoro. Sì, perché questo vino senza troppo carattere, prodotto in poche bottiglie nei garage del paese, ordinariamente dolce e facilmente amabile, ha un ruolo importante nella tradizione pasquale umbra. Certo la Vernaccia è poca cosa per quegli umbri trasformati in sommelier (dal francese provenzale “saumalier”, conducente di bestie da soma) dalla sete sempre gagliarda, che maneggiano il bicchiere con l’irreprensibile circospezione di chi sposti un bucchero prezioso. I cannaresi non sentono il bisogno di codificarne la ricetta, a loro basta goderla, la Vernaccia. In verità un disciplinare esiste fin dal 2009 nell’ambito della zona di produzione dei vini della DOC «Colli Martani», consentita a Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e parte del territorio dei comuni di Todi, Massa Martana, Monte Castello di Vibio, Montefalco, Castel Ritaldi, Spoleto, Bevagna, Cannara, Bettona, Deruta e Collazzone. Ma la Vernaccia capace di farci sognare, a Pasqua, è quella uscita dalle cantinelle familiari di Cannara. E il disciplinare chi lo rispetta? Forse solo una azienda leader, che ne produce più o meno tremila bottiglie. Poco importa se l’appassimento avvenga sui graticci o direttamente sulla pianta, o nelle più sbigative cassette di plastica. Chi se ne frega se l’uva proviene tutta da Cornetta o vi si aggiungano altri oscuri vitigni. Quello che conta è che il prodotto sia bevuto con umbra consapevolezza, pasquale devozione. Perché la colazione del Risorto, senza un sorso di Vernaccia, equivale a un pranzo senza agnello. Tra non molto ci toccherà pure quello. A quando il divieto delle uova lesse per non far dispiacere alla fiocca? Bizzarro l’essere umano, che non è riuscito a preservare il rinoceronte nero e oggi lancia accorati appelli sui social network per salvare l’agnello, partorito in milioni di esemplari, dall’Asia alla Patagonia, dalla Nuova Zelanda alla Normandia. L’agnello no, il vitello sì. L’agnello no, il maiale sì. L’agnello no, il genocidio dei Tutsi e degli Hutu sì. Oltre alla Vernaccia la Pasqua porta il misterioso canto di primavera del cuculo. Uccello divinatorio per eccellenza, il cuculo è tornato. Appena lo sentivano i contadini si rotolavano a terra per fecondare il corpo della forza vitale della natura ridesta. “Cucco dalle penne d’oro, dimme quando me moro”. Oppure, “cucco se me voi bene dimme quant’anni ho da campane”. Il cucco che torna è la perfetta caricatura di certi politici che non mollano mai. Per l’appunto, vecchio come il cucco, si dice. Ci aspetta una Pasqua all’insegna del rinnovamento, fasullo a giudicare dall’anagrafe di chi detiene ancora le redini della politica umbra. E’ sempre tempo di intortate pasquali. La torta col formaggio, si sa, s’accompagna con una bottiglia di Vernaccia e un salametto stagionato. Talvolta anche con qualche santino prudentemente ritoccato.

Siparietto. Appena riscalderà l’aria riprenderanno le gare di ruzzolone. Vince chi lo manda più lontano. Peccato che l’oggetto non sia più di vera caciotta, ma una tozza ruota di legno di sorbo. La sua sostituzione risale ai primi anni Sessanta, per l’Umbria agricola e patriarcale una data fatidica, che segna il principio della fine, l’egemonia dei traditori della vanga. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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