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A tavola, come nella stalla avevano sempre il cappello da lavoro calato in testa, aderente al cranio per ripararsi dal sole, dalla pioggia, dal vento, dagli sguardi degli estranei, dalla invadenza dei vicini. Nei campi, d’estate come d’inverno, indossavano quello di stoffa, con la reclame del consorzio agrario o della Coldiretti. La domenica quello di feltro a falde, davanti al sagrato, in piazza o nel bar del paese. Se ne sono rivisti tanti ad Agriumbria, di contadini senza terra. Contadini a bocca aperta innanzi ai poderosi trattori. Contadini con le mani rugose a provare pinze da potatura e tagliaerba. Anche quest’anno il centro fieristico è stato preso d’assalto da legioni di agricoltori, ex agricoltori, figli e nipoti di agricoltori alla ricerca del tempo perduto, ma anche di una svolta di vita, ora che vacilla la prospettiva del posto pubblico, che le fabbriche chiudono. È difficile comprendere – peggio ancora tentare di spiegare – che il mondo è completamente cambiato in questi ultimi anni. Gli umbri, ma non solo loro, aspettano con trepidazione la fiera agricola più importante dell’anno, non fosse altro per compare una coppia di galline ovaiole o rinnovare zappa e vanga. A Bastia trovano porchette di Costano, quaglie stipate nelle gabbie, fagiani policromi, tartarughe di terra, conigli, bastoni lavorati, bulbi olandesi, sistemi di irrigamento e scolaretti pigolanti, non meno dei pulcini che riportano a casa imprigionati nelle scatole di cartone. E’ difficile spiegare ai nipoti che al posto dei muggiti s’è sostituito prima il motore a scoppio e poi quegli enormi bovi d’acciaio con l’aria condizionata in cabina. Eppure la motorizzazione agricola in Umbria, negli anni Sessanta, arginò l’esodo rurale, l’illusoria fuga verso la fabbrica. Come spiegare ai giovani che cercano uno sbocchi nell’agricoltura i progressi della chimica, i suoi pro e i suoi contro, la domanda del mercato in favore biologico, la tracciabilità del prodotto, il funzionamento delle politiche comunitarie, la concorrenza degli importatori, il consumo progressivo dei suoli? Basta uscire dal centro Maschiella per accorgersi di come la terra scarseggi. Alle edicole sacre poste a delimitare le strade campestri, là dove queste portavano ai roccoli e agli orti, si sono sostituite le caotiche conurbazioni per il benessere della nuova redenta umanità. Sono scomparse persino quelle scaramantiche crocette dai campi di grano. Sono scomparsi gli stessi campi di grano, se si considera che il 4,1% del territorio dell’Umbria è occupato da superfici urbanizzate: 350 chilometri quadrati di cemento, tanti quanto l’intero comune di Spoleto spalmato di calcestruzzo. Un impatto sostenibile, si dirà, rispetto al 14% della Lombardia o all’11% del Veneto e della Campania. Meno male che ogni umbro ha ancora a disposizione qualcosa come 330 metri quadri di terra su cui sporcarsi le scarpe. Eppure in questa strana regione, verde solo sulla carta, si continua a puntare sull’edilizia, che la politica locale considera un settore determinante per l’economia regionale, compresa quella degli annessi agricoli, degli ampliamenti autorizzati dalle varianti ai piani regolatori, delle cantinucce che sfigurano il territorio del Sagrantino. E tra poco arriverà Ikea. Contadini di che? Contadini senza terra a cui è rimasto il gesto di calarsi il cappello sullo sguardo che ha perso la fierezza di un tempo, rispolverato solo in occasione delle feste di paese, delle sagre e delle fiere agricole, dove la parte più grossa la fanno i porchettai, i rivenditori delle inquinanti stufe domestiche e dei pannelli solari da stendere sui pochi ettari rimasti.

Siparietto. Come porre rimedio a tanto scempio? Riconsegnando la terra – come si diceva una volta – a chi la lavora. Applicando forme di fiscalità a carico dei suoli per scoraggiarne il consumo. Revisionando gli strumenti di pianificazione in senso più restrittivo. Invece di pubblicare le foto di McCurry in cui è rappresentata un’Umbria senza senso, artefatta, popolata da alieni, avremmo potuto ripubblicare il libro fotografico del Consiglio Regionale a cura di Massimo Stefanetti, dal titolo “Le campagne umbre nelle immagini di Henri Desplanques”, che riproduce il paesaggio agrario del geografo francese. Mica per niente, ma perché in certi casi nulla meglio della fotografia può svolgere un ruolo di denuncia: La fotografia è uno strumento di documentazione, di conoscenza e di interpretazione della realtà, un bene culturale finalizzato a ricordarci gli errori e a correggerli, alla tutela e allo sviluppo di valori storici, geografici e umani. In altre parole, a ritrovare la dignità della zolla perduta. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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