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Presto l’ondata micragnosa dei camper romperà gli argini della regione. Cercasi filantropi dell’economia locale, dato che nel 2013, rispetto all’anno precedente, l’Umbria ha subito un notevole calo dei turisti italiani (-0,78% arrivi e -3,78% presenze). Certi ospiti, si sa, giungono in Umbria con il cuscino di piume e la pizza pasquale sotto braccio. Fabrizio Bracco, assessore al turismo regionale, attribuisce il calo dei flussi alla crisi economica, che costringe gli ospiti a tagliare i tempi di permanenza. Incrociando i dati emerge che la pesante contrazione non investe allo stesso modo tutta la regione. Mica per dare le pagelle ai singoli distretti o per fare una colpa ai sindaci. Che colpa ha il sindaco di Città di Castello o quello di Terni se San Francesco è nato ad Assisi e Menotti ha ambientato il Festival a Spoleto? Il turismo in Umbria funziona a macchia di giaguaro. Ad Assisi arrivano senza sosta torpedoni salmodianti, stracolmi di pellegrini. La città del Poverello campa di rendita e di preghiera (+5,81% arrivi e +5,65% presenze). L’agrituristica Todi, con i suoi paesaggi intatti, si conferma meta ambita dai romani (+8,23% arrivi e +1,83% presenze); Spoleto non molla (+5,28% arrivi e +4,98% presenze); così e così il supermercato Valnerina, dove la gente non arriva solo per fare la spesa o per mangiarsi un piatto di lenticchie, ma anche per le escursioni e per visitare i suoi borghi ben conservati; peccato che quando scende la notte riprenda la strada di casa (+2,49% arrivi e -1,30% presenze). Idem con patate l’Amerino (+1,91% arrivi e -3,75% presenze). Tiene ma non prospera il distretto agroalimentare dell’Orvietano (+0,69% arrivi e -0,89% presenze). Gli altri comprensori zoppicano vistosamente. È su questi che bisognerà lavorare. Perché se l’Umbria è ancora una meta ambita, lo è in maniera territorialmente disomogenea, come dimostra il tracollo di Trevi (-10,46 -15,06), dove il sedano e la salsiccia non tirano più; il fascino di Spello, che più lo guardi e più è bello, dura lo spazio di una infiorata (-4,27 -7,88). In grande affanno Bevagna (-4,55 arrivi -3,11) che non può fare affidamento solo sull’evento Gaite o sui turisti che ruzzolano giù da Montefalco. Il cementificio Foligno, la Foligno dal mattone facile e dalle inquietanti conurbazioni, regge, ma senza esprimere le potenzialità del suo ricchissimo centro storico, apparentemente risanato (-0,99 +1,02). La sorpresa viene da Montefalco, che registra nel 2013 un incremento del + 6,44% per quanto riguarda gli arrivi + 2,20 di presenze, con una crescita complessiva negli ultimi quattro anni pari al 38%. Il miracolo del Sagrantino, pur con tutte le difficolta di mercato, ancora genera i suoi effetti, grazie al Consorzio Produttori, agli operatori del settore e anche, diciamolo, a chi si è trovato inaspettatamente in mano le briglie di questo purosangue da corsa.

Siparietto. Ancora oggi i turisti desiderano visitare l’Umbria, ma non lo fanno perché non sono sufficientemente informati su quello che può offrirgli di vero e autentico. La nostra regione rappresenta un volano straordinario, un possibile e concreto ausilio contro la disoccupazione, un moltiplicatore di valore. Stando ai dati della domanda e dell’offerta turistica comunicati dalla Regione, il totale degli arrivi annui è di due milioni 190 mila, con quasi sei milioni di presenze. Nel suo complesso il ragionamento di Bracco non fa una grinza. Eppure tutto potrebbe funzionare meglio, a partire dai palazzi, dalle strutture storiche, dai musei, molti dei quali non funzionano per mancanza di lungimiranza, per carenza di fondi destinati al settore, perché non sono attrattivi, perché i sindacati si oppongono alla loro apertura continuata, adottata oggi in Grecia, come una delle tante soluzioni necessarie per superare la crisi. Non siamo riusciti a trasformare i nostri luoghi di eccellenza in motori di quella economia dell’immateriale, di quella economia della cultura, la sola capace di contrastare lo strapotere della finanza senza volto che ci affama. Non saranno sufficienti gli spot di Don Matteo e le foto di McCurry a rilanciare l’Umbria. È necessario che qualcuno smacchi il giaguaro, perché questa regione può funzionare solo sul modello della Toscana, che dove la tocchi suona. I suoi luoghi leggendari hanno bisogno di cure e attenzioni differenziate e condivise con le amministrazioni locali, troppo spesso abbandonate al loro incerto destino. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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