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Non sappiamo più pregare per le cose terrene: il lavoro, il pane, i figli a rischio di sopravvivenza. È un’immagine pressappoco monastica quella della contadina piegata a ‘fare’ l’erba mentre con l’occhio controlla due vacche smagrite. La gonna forma una campana nera che si staglia contro il cielo di marzo, i capelli raccolti in un fazzoletto, il coltello in mano. Poco distante il marito. Un pastore dal volto stracco di chi ha troppo vissuto. Osserva il suo gregge decimato, non dai lupi, ma dalla necessità di ridurne il numero dei capi per la mancanza di pascoli. Il luogo potrebbe essere la Valnerina, l’Eugubino-Gualdese o Colfiorito. La musica non cambia. All’economia di questi distretti mancano i numeri. Manca soprattutto la speranza che alimentava la tradizione secolare delle popolazioni pastorali. La società s’è sfilacciata. Eppure è commovente la curiosità che l’uomo rivolge ancora alla natura, un’attenzione inconsapevole, istintiva. Non distinguiamo più il gesto agricolo, pastorale, i vari momenti del rito, i sacrifici che si celano dietro ad ogni risultato. Nessuno avverte più i destini di questi luoghi. Come descrivere un mondo che muore con un post su Twitter? Come spiegare la sua lenta agonia? Per comprendere il declino di quel mondo bisognava averlo conosciuto quando era in vita. Ma a chi raccontarlo? Non a quelli che ne sono scappati via, né ai più vecchi, che non sono più in grado di interagirci. Bisognerebbe raccontarlo ai ruminanti della politica, che non sono più in grado di dare una plausibile risposta alle esigenze degli agricoltori sopravvissuti in quelle aree marginali, agli allevatori che non trovano più i terreni sui quali praticare il pascolo, perché lei superfici ad esso destinate sono utilizzate per ‘appoggiare’ i titoli di cowboys senza terra e senza volto. Il mercato degli affitti è stato alterato, è divenuto inaccessibile per gli allevatori locali. Una vaccata, insomma, una grande vaccata favorita dalle scelte folli della politica agricola comunitaria, ma anche dalle decisioni di molte comunità locali, che individuano nella concessione dei pascoli delle comunanze agrarie un’opportunità per massimizzare i canoni, senza tenere conto delle conseguenze che ricadono sugli allevamenti autoctoni. Maledetto ‘disaccoppiamento’. Banditesco artificio che consente di percepire i contributi integrativi del reddito agricolo a prescindere dalla reale coltivazione dei terreni. Hanno trovato il modo per azzerare un’economia. Il modo per far scomparire la civiltà legata allo sfruttamento della terra, che in pianura non esiste già più a causa dell’uso beota dei suoli e in montagna è mortificata dal proliferare degli adempimenti burocratici. Meschino tornaconto di pochi, a danno di molti. Fioccano le aste di affitti delle superfici eccedenti i fabbisogni degli utenti delle comunanze. Gli aggiudicatari subaffittano i terreni per appoggiarvi titoli di alto valore, come il tabacco e il pomodoro. La grande vaccata non finisce qui, perché sul piatto ricco ci si ficcano anche gli allevatori delle altre regioni, che senza spostare le mandrie dalle loro aziende, senza metterci la faccia, insomma, presidiano i nostri territori, inibendoli all’uso degli allevatori locali.

Siparietto. In Umbria vivacchiano più di cento comunanze agrarie spalmate su alcune decine di migliaia di ettari di terreno, dove non s’ode muggire un bovino. Ma neanche un politico, s’ode muggire. Altro che tweets di regime. Nel corso della fase attuativa dell’ultima riforma PAC bisognerà che qualcuno ci metta una pezza. Urgono sensate scelte di programmazione locale. Molto dipenderà dalle associazioni di categoria, chiamate a sollecitare idonei strumenti legislativi regionali, che pongano fine a questo teatrino di politiche inadatte, insensibili, che rivelano la scarsa conoscenza dei problemi del territorio e il disinteresse totale verso chi veramente lo valorizza e lo tutela. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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