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Senza perdere di vista il loro piccolo sogno molti umbri fanno anche cose concrete. Se possono risparmiano, restaurano case, ne costruiscono delle nuove, magari accanto al rudere avito, allevano bestiame, votano alle primarie e sistemano i figli. Perché mica tutti possono studiare alla Luiss o alla Bocconi per poi imbucarsi in una banca d’affari o in una multinazionale. Altri piantano la vigna, che per uno che viene dalla campagna è come realizzare la cosa più importante della vita: si inventano imprenditori agricoli per indebitarsi con le banche e poi prendersela con il crollo dei mercati. Gli appaltatori maledicono la crisi del mattone, i commercianti lo spopolamento dei centri storici, i professionisti l’aumento degli iscritti agli ordini professionali. Questa regione sta tornando una terra di emigranti, al punto che bisognerà aggiornare il museo dell’emigrazione di Gualdo Tadino, che racconta la storia desolante degli avi, anche se questa non è servita a trarre insegnamenti per il futuro. Fateci caso, i nostri figli si scoprono viaggiatori inquieti, senza accorgersi che sono i diretti discendenti della diaspora del Novecento. Quelli che frequentano l’Erasmus iniziano a studiare da cervelli in fuga, altri – con poche cose nello zaino e molte speranze in testa – salgono su voli low-cost superando i confini del paese. Non si tratta necessariamente di persone laureate, visto il ruolo marginale che ricopre oggi l’università, ma di nomadi dalla rotta incerta verso uno spazio globale. Non recano la valigia di cartone del grande esodo e non vedono l’espatrio come un obbligo, ma come scelta. Strana la vita. Gli emigranti di prima e seconda generazione erano affetti da una struggente nostalgia per la loro regione. Non perché l’Umbria fosse migliore delle altre, ma perché da essa si separarono con difficoltà, come ci si separa da qualcosa che s’è tentato di costruire giorno per giorno. Si spostavano dall’Umbria malvolentieri e vi tornavano quasi sempre per costruire o restaurare la propria casa. Erano gli umbri dai caratteri forti e inattaccabili, in preda alle passioni, consapevoli della differenza tra la propria casa e quella degli altri, gli umbri che quando volevano farsela nel loro luogo natio, la casa, se la fabbricavano da soli. Che lavorassero in Lussemburgo o a Berlino o gestissero pizzicherie a Roma, erano come anguille che attraversato l’oceano per raggiungere il mar dei Sargassi, facevano ritorno al proprio fiume. Non gli andava bene nulla dell’Umbria, ma alla fine gli andava bene tutto: il profilo rassicurante dei monti, il cibo, il ricordo lontano dei balli sull’aia, la mancanza dell’energia elettrica, le strade dissestate, le feste patronali, le sagre, i luoghi di pellegrinaggio, il vivere all’ombra delle combriccole di partito, per parlarne male al bar e poi votarle ad ogni consultazione elettorale. Tornare in Umbria era come un sogno piccolo, senza pretese, ma dominante sopra ogni altro sogno, anche per quei giovani che se ne andavano in cerca di migliori fortune. Nessuna fortuna era migliore del sognare cose raggiungibili, le sole capaci di dare un senso di sicurezza a questa regione, che oggi esporta menti e importa badanti.

Siparietto. I nostri figli sono attratti dalle grandi città europee per cercare sbocchi che qui faticano a trovare. Se ne vanno soprattutto perché vogliono vivere in un contesto più aperto e cosmopolita, mettersi in discussione, imparare dal diverso e scoprire che sotto sotto non è così difficile farcela. Qui non è più possibile illudersi. Le libere professioni non danno più sbocchi, il negozietto, il ristorantino, l’enotecuccia, non hanno funzionato. L’agriturismo l’hanno aperto e chiuso, l’allevamento e la commercializzazione di prodotti tipici sono mortificati dalle grandi catene commerciali. Le pubbliche amministrazioni non assumono, impera il precariato, le due università sono in crisi, il sistema accademico è bloccato. Predominano i contratti spazzatura, i favoritismi, la burocrazia inefficiente e non v’è spazio per l’affermazione personale dei giovani talenti. Il mondo del lavoro non è fluido e se si lascia un impiego non se ne trova un altro neanche con il lumicino. Neppure il sogno piccolo dei loro genitori li tenta. È il caso che l’Umbria cominci a guardare ai propri figli come a un bene prezioso e non come frecce scagliate a caso verso l’Europa globale, che ha già le sue di gatte da pelare. Beata umbritudine, umbra beatitudine


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