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Il paesaggio è l’effetto delle tecniche agrarie e dello sviluppo storico, economico e sociale impresso sul territorio. Muta di aspetto a partire dall’età dei Comuni, per giungere a quella degli attuali satrapi del cemento, che ne hanno definitivamente cancellato i caratteri originari. Contrariamente da quello che si crede, esso non costituisce il risultato dei processi conseguenti al ciclo della natura, piuttosto l’effetto connesso ai commerci, ai traffici, alle interne contese politiche di una storia travagliata, antica e recente. Valga per esempio la realizzazione del progetto Quadrilatero Marche-Umbria, che ha lo scopo di realizzare una infrastruttura viaria integrata alla realtà economica ed industriale del territorio umbro-marchigiano. Uno dei tanti tentativi di superare l’isolamento della nostra regione. Nondimeno, senza cadere in uno sterile romanticismo, guardate l’acero, l’ulivo e la quercia, autentici marcatori del paesaggio umbro, testimoni degli sforzi di sopravvivenza compiuti dalla natura abusata dall’uomo. Non c’è bisogno di essere cultori di storia e diritto agrario o di geografia umana. Basta l’aver ammirato il gusto del contadino, lo stesso che a Montefalco ispirò Benozzo Gozzoli a dipingere l’affresco della predica agli uccelli. Prima di scrivere le “Città del silenzio”, D’Annunzio s’affacciò dalla ringhiera dell’Umbria a contemplare la pianura in tutto il suo pittorico splendore, così come si era conservata nei secoli. Il disastro venne dopo. C’è una perversa unitarietà nel processo storico di devastazione delle campagne. Gli antichi avrebbero detto che sul nostro paesaggio agrario è calata la folgore. Chi ci proteggerà dal fuoco celeste, ora che sono stati espiantati gli aceri campestri, gli stucchi e le bianchelle dalle profonde radici, dai rami sugherosi, che fioriscono in aprile allo stesso tempo in cui spuntano le foglie? La coltura promiscua è sparita con l’avvento della meccanizzazione agricola e con essa i filari arborei, che permettevano la tradizionale manovra dell’aratro a trazione animale. Domani apre Agriumbria 2014. Guardateli dal basso in alto i giganteschi trattori che divorano in poche ore ettari e ettari di terreno. Lo scopo dichiarato dalla più importante fiera agraria del Centro Italia – non fosse altro per questo dobbiamo tenercela stretta – è quello di fronteggiare le agguerrite sfide che si delineano sullo scenario dei mercati internazionali e che condizionano l’economia delle nostre aree agricole. L’agricoltura è allo stremo, si sa. Eppure, ciò che si chiede ai moderni contadini, ma non solo a loro, è di considerare l’aspetto desolante della spersonalizzazione di territori, già immiseriti dalla crescente antropizzazione e dal demenziale consumo dei suoli ai fini di un immediato profitto. Oltre al valore produttivo il paesaggio agrario è dotato di una forte capacità attrattiva. Tuttavia i vecchi contadini per migliorare la redditività dei fondi furono costretti a spiantare gli aceri campestri, quelli maritati alle viti, che gli Etruschi giudicavano inattaccabili dal fuoco celeste.

Siparietto. Agriumbria s’interroga sul futuro dell’agricoltura. Dovrebbe farlo anche sulle occasioni perdute, ora che sulla campagna umbra s’è scatenata la folgore cancellandone i caratteri originari, l’identità, la sua forza vera. Chi pianterà più lo stucchio, la bianchella dai rami spinosi, gli aceri appartenenti alla flora sacra della tradizione rurale, il cui legno i vecchi non osarono mai ardere nel fuoco, per rispetto della Madonna che sotto ai suoi rami aveva trovato scampo dai temporali? Spetterebbe alle associazioni di categoria reclamare maggiore rispetto per ciò che a buon diritto rappresenta la più importante risorsa della regione. Perseguire penalmente lo scippo di asparagi dalle colline spellane e non quello dei terreni agricoli erosi dalla speculazione è follia tipicamente umbra. Non è così che si riacquista la perduta verginità. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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