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Norcia bianca, Norcia rossa. Norcia nera, in senso micologico, fungino, ipogeo, per dirla in termini scientifici. La micorizzante metafora s’addice alla storia di questo distretto in continua simbiosi con le piante arbustive. L’intera Valnerina è un arbusto tenace, inestirpabile, come tenace è la popolazione che, insediatasi su un faticoso territorio, è vittima (o beneficiaria, dipende dai punti di vista) di un’estraniante isolamento. La micorizzazione è una tecnica colturale consistente nel far attaccare l’apparato radicale della pianta di funghi non patogeni, che creano una simbiosi con apporto reciproco di scambio: il fungo trae dalle radici sostanze nutrienti, mentre la pianta riceve acqua e minerali che ne favoriscono l’accrescimento. Uno scambio alla pari, insomma. La medesima simbiosi, da queste parti, non si è verificata con la politica. Domani prende il via la cinquantunesima edizione di “Nero Norcia”, rassegna che tra i tanti meriti ha quello principale di aver intensificato il legame tra la città di San Benedetto e le sue tradizioni agricole e pastorali. È a febbraio che giunge puntuale l’occasione per fare il punto sulle politiche regionali, per verificare lo stato dell’arte, accertare il nesso che lega l’azione di governo alla corretta individuazione delle prospettive storiche di questo distretto, ristabilire il rapporto con il resto della regione, dalla quale la Valnerina vive separata. È l’occasione per discutere sugli equilibri di un territorio minacciato dallo spopolamento, i cui abitanti sono stufi di ascoltare il ritornello della promessa valorizzazione delle zone montane, del riassetto istituzionale, promesso fin dagli albori dell’esperienza regionale. Invece ci si è fermati allo studio dei dati, che attestano le peculiarità storico culturali, sulla base dei quali il politico e l’amministratore avrebbero dovuto incontrarsi, spendersi, partecipare a un’impresa di accorta ricostruzione di una società, sì marginale, ma proprio per questo più umana e perciò più felice. Ma si sa, la politica è l’arte di non mantenere gli impegni. Eppure quassù sopravvivono la memoria e i caratteri delle antiche popolazioni italiche, che l’ardua collocazione geografica e i lenti processi di sviluppo hanno trasformato in un giacimento inespresso, scarsamente utilizzato. Oggi più di allora l’esperienza regionale è incapace trarre vantaggio dalla preziosa diversità di cui l’intera Valnerina è portatrice. Maledetti, benedetti paesi d’Appennino, arroccati sul versante occidentale di una regione (ma che fatica a definirla tale) la cui nomenclatura, da troppo tempo al comando, ha tentato un inutile sbocco verso la Toscana, senza trovarlo. Maledetta, benedetta regione, malferma tra Roma e Bisanzio, pencolante tra duchi longobardi e ingordi esattori pontifici. Invece di esaltarsi per il flop delle primarie bisognerebbe masticare un po’ più di storia, perché malgrado tutto la vicenda della Valnerina è avvincente, pur nelle ristrettezze ascrivibili ai governi locali che si sono succeduti negli anni, democristiani prima e di sinistra poi.

Siparietto. Questi paesi dell’Appennino conservano i segni e le forme originali dei rapporti sociopolitici e mercantili instaurati con la capitale. I loro imprenditori riescono ancora a preservare i legami con Roma, dove gli antenati seppero affermarsi nei commerci. Seppero anche affermarsi nei rapporti sociali e politici, permettendo il rifiorire di una economia urbana e rurale, creando un ambito spirituale e culturale dai tratti comuni, capace di valicare gli angusti confini delle valli del Nera e del Corno. Le altre città umbre non hanno saputo fare altrettanto. Norcia, Cascia, Cerreto, Monteleone e il resto della Valnerina, non sono un’anca sbilenca della regione, ma la diversità, l’originalità, la garanzia del carattere distintivo e potenzialmente vincente su cui scommettere per il rilancio globale del sistema Umbria. Lo ha capito bene Giampaolo Stefanelli, sindaco di Norcia, che sabato mattina premierà i suoi più efficienti ambasciatori: i pizzicagnoli. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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