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Tra i meriti ascrivibili alla toccata e fuga della Madonna di Raffaello ce n’è uno in particolare: quello di aver iniziato all’adorazione del bello un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo. A secoli di distanza si è ripetuto, a Foligno, quanto verificatosi a Roma con la statua dell’Apoxyómenos di Lisippo, un Raffaello dell’antichità, erede della tradizione classica formatasi in Grecia a partire dal V secolo, a cui va il merito di aver influenzato l’arte scultorea ellenistica. Tiberio, dopo aver conquistato la Tracia, espose alla meraviglia dei Romani la statua facente parte del suo bottino di guerra. Terminate le file di visitatori, l’imperatore, affascinato dal capolavoro, riportò il bronzo nel suo palazzo sul Palatino, ma fu subito costretto a ricollocarlo presso le terme di Agrippa per le proteste del popolo infuriato. Il popolo folignate non osa tanto. Così la Madonna di Foligno ha ripreso la strada dei musei vaticani, ma non prima di aver mostrato al mondo intero l’inclinazione degli umbri verso il bello. Per anni i nostri antenati hanno vissuto come sullo sfondo delle opere dei maestri dell’arte romana, medievale e rinascimentale. Se la pala celestiale è tornata al suo ultimo domicilio conosciuto, poco male. Sono infinite le bellezze su cui agli umbri è concesso adagiare lo sguardo e posare i piedi. Anche a non essere ferrati in storia dell’arte è sufficiente l’impressione di potenza e di bellezza che, nonostante tutto, produce in noi la presenza della Culta Valle, da Assisi fino a Spoleto. Certo, non è facile emendare con gli occhi gli svincoli e i capannoni che ne deturpano il paesaggio, da dove emergono i segni di un antico splendore. Ma c’è tanto giovamento estetico nel soffermarsi ad osservare il sublime e senza fare troppe file sotto la pioggia. Basta soffermarsi ovunque a guardare i paesi arroccati, il paesaggio agrario, le colline olivate, le chiese e i castelli che compaiono tra il cemento. Le pale si spostano, così come le statue, ma nessuno potrà mai spostare il tempietto del Clitunno o il portico della Minerva, innalzato su sei possenti colonne corinzie, con il suo frontone triangolare sotto il quale fu edificato, non un centro commerciale, ma la chiesa di S. Maria Novella di Assisi. Torneranno i tempi in cui l’uomo sapeva operare il bello nella continuità, giovandosi dei contrasti sapidi ma armonici del sentimento sereno e dell’avvicendarsi delle epoche? Goethe appagò la sua sete patologica di ellenismo sostando davanti a quel tempio pagano, il primo monumento integro proveniente dall’antichità mostratosi ai suoi occhi. Ne restò entusiasta: “Bisogna, per così dire, nascere di nuovo, e si deve guardare alle proprie antiche idee come alle proprie scarpe da bambino”, scriverà nel suo “Viaggio in Italia”.

Siparietto. L’Umbria, nella maniera più naturale del mondo, è un luogo in cui il gusto per il passato non muore mai del tutto. E’ una terra assorta nel suo sogno interiore, nella meditazione devota, nella contemplazione delle cose superiori; una regione immersa nella commozione per il bello, dove le civiltà non si sovrappongono come gli strati della terra, ma collaborano spesso nelle opere. Che sarà mai se ci siamo persi una Madonna per strada? I danni al nostro patrimonio artistico regionale sono altri e li hanno prodotti gli adoratori della vanga, mica i trafugatori della pala. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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