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Non basta un castello diroccato per fare una piccola patria. Di castelli che crollano in Umbria ce ne sono ancora molti. È la volontà di tenerli in piedi, che manca. Non tutti hanno avuto la fortuna di trovare qualcuno disposto ad adottarli, come è successo a Pissignano e Postignano di Sellano. Noi siamo bravi a costruire centri commerciali, a delocalizzare la storia, a cancellarne le tracce, mica a sorreggere le fortezze. Il castello di Morcicchia, il Carneade dei manieri umbri, sorge – meglio dire, si sbriciola – ai piedi dei monti Martani. Vi risiedono nove abitanti, più o meno, da cui vanno progressivamente detratti i nomi che via via compaiono, nei manifesti funebri affissi in piazza, proprio sopra le panchine di legno appartenute ai vecchi del paese, sempre più vuote. Anche gli annunci immobiliari non mancano. Vendesi appartamento finemente ristrutturato. Cedesi torre. Si affitta. Si loca stagionalmente casa con piccolo giardino. Stagionalmente, per l’appunto, perché d’estate il fatiscente feudo dei Litaldi (o Ritaldi) si popola fino al tutto esaurito. Eppure per raggiungere quella fortezza difensiva, racchiusa nella sua cinta muraria, bisogna inerpicarsi con l’auto per una strada disastrata. Arrivi su e ti accoglie l’incanto dei mandorli fioriti, che fanno a gara per svettare più alti dello snello campanile a vela, da cui due campane pendono in balia della tramontana. In “Piazza della Buona Volontà” scopri lo stupore dei vecchi davanti alla vita che continua, sempre diversa, sempre uguale. Apri il profilo Facebook e leggi: «Castello resisti ai colpi del tempo, che un aiuto prima o poi arriverà». Campa cavallo. I proprietari delle case non desistono, sistemano le pietre, selezionano coppi, restaurano i muretti che separano le strade dagli orti, piantano gigli ovunque ci sia una manciata di terra, lanciano appelli sui social network. Scrivono soprattutto al sindaco che puntualmente risponde, ci mancherebbe altro. I sindaci dei piccoli paesi, dopo la legge di revisione della spesa pubblica, i soldi per rifare le strade e rattoppare i muri non è che li raccolgano dagli alberi. Se così fosse Giano dell’Umbria sarebbe un comune ricchissimo, considerato che è in maggior parte ricoperto dai boschi e per il resto da splendidi olivi secolari, sopravvissuti alle gelate del 1929 e 1956, olivi che se non costituiscono più un’economia, donano al paesaggio un aspetto unico. Visti da vicino i tronchi avvitati su di loro e scavati dal tempo, somigliano al tormento degli uomini che li hanno svuotati a colpi di sgorbie e maleppeggio. In basso, Spoleto sonnecchia nella sua valle. Nelle città le cose sembra che funzionino meglio. E’ solo un apparenza. Nelle città, dove la gente s’è rifugiata alla ricerca delle comodità, che i paesi murati non potevano offrire, i problemi esistono lo stesso. Se il castello abbarbicato ai piedi dei Martani piange, molti centri umbri non ridono. A Morcicchia perlomeno puoi permetterti il lusso di lasciare la chiave sulla toppa della porta. Tutte le città della regione dovrebbero intitolare una piazza alla buona volontà. C’è un tempo per costruire grattaceli, uno per spargere villette geometrili e un tempo – questo che stiamo vivendo – per sistemare i muretti a secco dei paesi. A Morcicchia si tramanda una pratica durata millenni, attraverso la quale il lavoro dell’uomo consiste nel mettere pietra su pietra in attesa di tempi migliori, dando sfoggio di quella grazia piena di rassegnazione, nella quale i vecchi sono maestri. Decisamente meglio che finire in un confortevole ospizio.

Siparietto. Tutte le civiltà hanno avuto i loro barbari da cui ripararsi attraverso la costruzione di un muro. Oggi i barbari ce li abbiamo dentro casa. Allo stesso modo tutti gli uomini hanno avuto a che fare con la colpa incolpevole di diventar vecchi, che ha un suo misterioso passo a cui nessuno si sottrae. Occorre una maggiore sensibilità per le cose ereditate, oltre alla consapevolezza che nell’arco infinito del tempo pochi anni in più o in meno sono cosa ridicola, perché dell’arco incommensurabile del tempo non sappiamo cosa farcene. Noi siamo contenuti nel nostro minuscolo arco, nella clessidra di un tempo piccolo: oggi ci siamo, presto non ci saremo più. È la corretta disposizione delle pietre che va preservata, perché le pietre disposte come si deve appartengono ai figli dei nostri figli, sono la memoria del sangue dei nostri padri che va tramandata, prima che tutto quel che è stato ne risulti sbriciolato. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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