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A questa regione non sono bastati quarant’anni per capire ciò che era chiaro dal primo giorno. E’ una follia, un dispendio inutile concepire un modello umbro di sviluppo che prescinda dal capitale storico, artistico e paesaggistico di cui siamo dotati. Tra politiche sornione e bocconi amari, abbiamo rinunciato a molte opportunità. Siamo stati capaci di distruggere una delle più belle e fertili terre agricole del paese, per realizzarvi infrastrutture improduttive, imprese in costante perdita, opere che non colloquiano con l’immagine che l’Umbria ha riversato sul mondo. Chiediamoci come i nostri territori, così diversi tra loro, siano riusciti a diventare una regione unica, come sia nata l’Umbria, quando ancora non erano fatti gli italiani. Sembra ormai impossibile interpretare il mito dell’Umbria Verde, a cui stiamo gradualmente rinunciando. A furia di ritornelli abbiamo perso di vista le nostre vocazioni. L’Umbria del dopoguerra, eccettuato in parte i poli del ternano e del folignate, non fu la regione della concentrazione operaia, come quelle che a nord giocarono una parte importante nella società italiana dell’epoca, ma fu l’Umbria francescana e arcaica, l’Umbria che disegna male i suoi piani regolatori, quella della insopportabilità allergica al reale, quella che smantella le ferrovie, che non riesce ad ottenere – nemmeno di striscio – un trattino di autostrada. La regione rossa, marginale e agricola, fu appena sfiorata dal messia collettivo della “classe generale”, che negli anni Settanta si fece carico delle aspirazioni e delle necessità di tutti, del corpo mistico di cui le avanguardie rivoluzionarie cantarono le lodi, la memoria inesorabile, l’equità totale, la magnanimità, la giustizia. Platone fu il primo a suddividere le classi, che identificò nei governanti (noi siamo stati sempre governati), nei filosofi (salvo Capitini non ne abbiamo avuti), nei guerrieri (qualche capitano di ventura) e negli agricoltori (quelli sì). Adam Smith suddivise la società nella classe dei poveri e in quella lavoratrice. La vera patrona dell’Umbria è stata Madonna Povertà. Di lavoro se n’è trovato sempre poco e i ceti ricchi, i proprietari terrieri, tra carestie e riforme agrarie, furono subito espropriati delle loro terre. Anche Marx ci ha fatto poca fortuna da queste parti, dove carenti furono i mezzi di produzione, da cui potessero emergere le due classi conflittuali, del capitale e della forza lavoro. Ci siamo rimessi al passo con il resto del paese solo grazie alla confusione sociale. O meglio. Lei si è rimessa al passo nostro, per via della mobilità e variabilità del sistema economico, che ha stratificato le classi al loro interno. Oggi il conflitto sociale ha assunto anche il volto di una massiccia immigrazione. Perché mai questo popolo chiuso verso l’esterno dovrebbe partorire ancora qualcosa di sublime? Il culto del verde non regge più il passo con le aspettative e l’incrostata classe politica non vuole prendere atto dello strascinamento senza fine dei fenomeni regressivi, ad ogni livello. Incollata alle poltrone rifiuta il cambiamento, le verifiche, si affida ai ritornelli. In Umbria più che altrove, il fallimento delle ideologie sopravvive a se stesso. Che pellaccia dura questi politici. Chi non è stato all’altezza si ricandida, annuncia programmi triti triti, privi di senso, fiducioso che il popolo bue rifarà gli stessi errori.

Siparietto. Se avessimo, così per dire, un nostro inno regionale, questo suonerebbe come una mescolanza del mitico passato e del lacrimevole presente. Nelle nostre città si parla di rinnovamento? Non vi fidate del momento depressivo, della sincerità accomodante di chi è zompato sul carro, perché, puntuale come in tutte le favole, arriva sempre il risveglio. La gente è stufa di ciondolarsi fra speranze mal riposte e inverosimili ritornelli. A proposito di ritornelli – parafrasando Maccari – dal Madagascar alla Catalogna, trionfa sempre la … menzogna. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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