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Una miscela di giallo e commedia, di genuinità e candore, sta restituendo a Spoleto la perduta notorietà. La prima puntata del prete investigatore ha raggiunto otto milioni e quattrocentosessantamila spettatori di media, pari al 31,05 per cento di share, «il miglior debutto di una serie televisiva degli ultimi 10 anni», come afferma orgogliosamente Tinni Andreatta, direttore di Rai Fiction. Passeggiando per Alta Spoleto sembra che vi abbiano passato il napalm, a giudicare dal suo imbarazzante spopolamento. Eppure, tra il Tric Trac (ora bar di Don Matteo) e corso Mazzini aleggia un facile ottimismo. Dicono che la fiction televisiva farà miracoli. Non per essere polemici ad ogni costo, ma questo Don Matteo ha rimescolato tutta la geografia dell’Umbria. E siamo solo alla prima puntata. Come scrive sarcasticamente Sergio Fortini sul suo profilo Facebook: «da un servizio pubblico mica possiamo pretendere che sia anche informativo». Sarà pure un rompiscatole ’sto Fortini, ma a pensar male certe volte ci si azzecca. Replicano in Regione, che il prete funziona alla grande e contribuisce concretamente a promuovere il territorio. Don Matteo pedala sui selciati della città più bella dell’Umbria, che ha rinunciato a “Vini nel Mondo” e non si riconosce più nel suo Festival. Tuttavia le esigenze di copione hanno il loro prezzo. Cosa diranno i carabinieri fedeli nei secoli, che si sono visti accorpare la caserma di Gubbio a quella di Spoleto, città sede di una importante scuola di polizia? Come l’avrà presa Sua Eccellenza Renato Broccardo, la cui archidiocesi è rimasta con un solo parroco? Con chi protesterà il sindaco di Foligno, a cui hanno scippato il chiostro di Sassovivo? Chi glielo spiegherà ai turisti che la Rocca Albornoziana non è più un carcere circondariale dal 1982, e che quindi può essere visitata? Battute a parte, sempre di fiction si tratta. Rosicano di brutto, invece, gli eugubini per l’alto tradimento che ha rigettato la città dei Ceri nello storico isolamento descritto negli anni Cinquanta da Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia”. Scrivendo di Gubbio, la monocroma capitale dei veri Umbri, Piovene la dipinge come la città in cui ognuno vive «chiuso nel suo mondo, come in un’armatura» e riferisce di aver letto su un muro: «Viva me, morte a te», che è tutto dire. L’Umbria offre il meglio di sé, quando s’accendono i campanili, quando s’incarna nel medium linguistico di Francesco e Jacopone da Todi, quando i suoi abitanti, gli stessi descritti da Erodoto, rompono gli argini dell’osmosi ermeneutica e reclamano i loro diritti attraverso azioni e linguaggi che la politica del “volemoce bene” non riuscirà mai a filtrare.

Siparietto. Qui ognuno tira acqua al proprio mulino a giudicare dall’interpellanza di Andrea Smacchi, consigliere regionale eugubino del Pd, che ha chiesto «il massimo della chiarezza sull’entità delle risorse investite dalla Regione Umbria» nella produzione televisiva, il cui trasferimento ha rimesso in moto la faglia sismica eugubina. Rispondono gli assessori Cecchini e Bracco illustrando i dettagli della partecipazione della Regione Umbria. Rendono noto che gli accordi, uno con la Rai, l’altro con la casa di produzione “Lux Vide”, comportano un investimento complessivo di 679 mila euro, ma che sono soldi ben spesi perché la film commission sarà un veicolo promozionale per la valorizzazione dei territori, dato che Don Matteo sarà trasmesso in Spagna, Portogallo, Finlandia, Bulgaria, Ungheria, Stati Uniti, America Latina e Australia. Se son rose fioriranno. Questioni localistiche a parte, la fiction Rai rivela un rinnovamento fasullo, perché format e personaggi sono sempre gli stessi, all’insegna del motto squadra vincente non si tocca. Poco conta lo scambio di ruoli e di luoghi, il carosello di monumenti presi a macchia di leopardo e piazzati lì come sfondo, su cui si muovono personaggi e sceneggiature viste e riviste. Quelli che “a pensar male”, invece di chiamarla “Spoleto commission” la chiamano “Spoleto confusion”. Con il senno del poi sarebbe stato meglio ambientarla a Perugia, considerate le abilità investigative di Don Matteo, l’unico detective che ci acchiappa di brutto. Avremmo così risolto i problemi – se non del turismo – di ordine pubblico. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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