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Ai folignati è apparsa la Madonna. E in tanti ci hanno tirato il cappello. L’opera di Raffaello, la sua prima pala d’altare romana (come a nessuno in questi giorni è venuto in mente di definirla) è un dipinto dal valore assoluto, il cui veloce passaggio per Foligno ci offre l’opportunità di anatomizzare i comportamenti di una comunità che prende coscienza di sé solo al cospetto di certi eventi. Fare la fila per ore sotto la pioggia battente – e non siamo a Medjugorje – ha del miracoloso, perché rende partecipi della salvezza dell’umanità (come nelle intenzioni del committente Sigismondo de’ Conti, segretario papale e umanista) e conferma quanto avesse ragione il Berenson, che dell’opera d’arte discerneva l’elemento decorativo da quello illustrativo, rappresentando il primo la forma, la materia pittorica ed esprimendo, il secondo, il valore caratterizzante il contesto storico-culturale. C’è poi, apriti cielo, un motivo più intimo suggerito dalle toccanti parole del vescovo, un motivo che ha in qualche modo a che fare con la rievangelizzazione di una comunità e ripercorre un’usanza religiosa scomparsa: quella della “peregrinatio Mariae”, il devozionale trasferimento della Madonna Pellegrina da una casa all’altra della diocesi. Ce n’è uno ulteriore. L’interessamento, non sempre disinteressato, del consorzio civile, sul quale puntail suo sguardo laico e provinciale la politica, i cui rappresentanti si sono adoperati, sembrerebbe, affinché l’ammirata pala d’altare tornasse a posarsi, cielo terra, in quello spazio da dove il ladrocinio napoleonico l’aveva strappata. Potenza della propaganda. In verità il Monastero di Sant’Anna non è la sede originaria del dipinto, a sua volta spiccato dalla badessa Anna de’ Conti, dalla chiesa di Santa Maria in Aracoeli a Roma, luogo di sepoltura del suo committente.

Siparietto. Tocca il cuore l’eloquio di Antonio Paolucci, attuale detentore della Madonna, che spiega quale sia la vera seduzione dell’opera pittorica, assunta – da generazioni di artisti, ma anche da generazioni di visitatori dei musei vaticani – a supremo modello di bellezza, di gloria e di splendore. È come dire: accontentatevi di darle una sbirciata, perché non la rivedrete più. In altre parole “una porta aperta sul Paradiso” e poi subito sbattuta in faccia a Foligno. Ma chi spizzica non digiuna, stiamocene contenti dunque a contemplare con la mente serena e il cuore caldo (come lui, l’artista, seppe fare) la bellezza delle cose create, perché è questa l’unica consolazione, fin troppo francescana, che ci è data sotto lo estraniante cielo dell’Umbria. Ovvero, guardate e non toccate. Al massimo vi concedo di tirarci il cappello, ma uno alla volta, in fila indiana, pochi secondi ciascuno. Succo del discorso: la sostarella è stata possibile per via di un debito che Paolucci aveva, dice lui, nei confronti dei folignati per non essere stato capace di fronteggiare il crollo del torrino il 14 ottobre 1997, quando era commissario straordinario del Governo per il restauro della Basilica di San Francesco ad Assisi. Ora il conto è pareggiato. Anche se in verità la sostarella di Nostra Donna di Foligno è dipesa dalla benevolenza largita da Lamberto Dolci, folignate di comprovata fede e di solide ‘ferramenta’, pezzo da novanta dell’ENI, che si è fatto carico dei costi dell’operazione, particolare non trascurabile. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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