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Lo spirito stanco degli urbanisti, che s’è spesso compiaciuto del potere, non partorisce più nulla di buono. Satrapi incompetenti, maldestri architetti, consulenti strapagati non sono capaci di far riemergere l’onnipotenza dell’architettura come modalità di rappresentazione del bello. L’arte non abita più nelle nostre città. In Umbria, come altrove. Chi si ferma, per puro caso o per necessità (pochi lo fanno ancora per diletto) nella città dei Trinci, dell’Alunno, della Madonna di Raffello e delle tante residenze nobiliari, s’accorge che esistono due arti: una che deturpa la città, l’altra che la fa più bella. Della prima, tralasciando il vituperato cubo di Fuksas, s’incontra un notevole esempio nella struttura del centro funzionale regionale della Protezione Civile: non proprio l’oggetto più ameno su cui posare lo sguardo provenendo da Perugia. Una mezza palla di cemento piantata sotto la collina di San Sebastiano, già contesa dai folignati negli anni Settanta per costruirci le loro villette geometrili. L’unica ragione edificatoria sembra essere la profanazione della skyline, interrotta dalla violenza formale del costruito e dal bagliore notturno del blu elettrico. La semipalla – su cui in questi giorni campeggia una malcapitata stella cometa – avrebbe fatto la sua porca figura a Karl-Marx-Stadt, città extracircondariale della Germania centro-orientale, il cui nome è tutto un programma. Mentre invece, chissà com’è, l’hanno catapultata da quel remoto spaziotempo nella Foligno mismettiana. E’ proprio vero che in questo paese non si riesca a conciliare il funzionale con il bello. Della seconda si possono ammirare diverse epifanie. Magari alzando lo sguardo su via Gramsci o via Mazzini, come era abituato a fare il compianto Lanfranchino Radi, del quale consigliamo agli addetti ai lavori di rileggere, se mai lo abbiano fatto prima, “Foligno in particolare – elementi tipologici dell’edificazione storica”, edito dal Comune omonimo, manco a farlo apposta. Accecati da Gubbio, Todi, Assisi e Spoleto, pochi s’accorgono della bellezza assoluta, ma sciupata, del “Centro de lu Monnu”. Il vero compito dell’urbanista, sostiene Roger Scruton, non consiste nel ripudiare, ma nel riconciliare. Essere architetti, urbanisti o geometri è più difficile, oggi. Era più comodo tracciare decumani, realizzare bifore, capitelli, affreschi che non inceneritori, vasche di depurazione, silos e torreggianti centri commerciali al posto di zuccherifici, tra l’esultanza e gli anatemi del ciuco popolo sovrano. Eppure la bellezza ha un suo potere taumaturgico, che in questi tempi non guasta. Marc Augé afferma che “la poesia può essere ovunque o in nessun luogo”. Certe volte basta un semplice gesto disinteressato. Con questo abbiamo detto tutto. È questione di volontà e di sguardo. L’arte da speranza e soccorre alle molte necessità dell’uomo. Bisognava dirglielo a Duchamp che la sua non consentiva nemmeno di fare la pipì, in caso di bisogno, perché il fatidico orinatoio non era collegato allo scarico. A Foligno, per fortuna, ci ha pensato l’Amministrazione, intitolando a Domenico Roncalli Benedetti – mica a Fuksas – un’ “area di circolazione” (mumble, mumble) tra piazza del Grano, via Deli e via del Quattrocento. Lunedì, durante l’inaugurazione, mancava solo la banda. Il patriota risorgimentale ne andrà fiero, se mai gli giungerà la notizia nei Campi Elisi. Basta che la martoriata piazza del Grano rimanga piazza del Grano, perché nessuno, chiedendo informazioni, la confonda con il garibaldino, esponente di primo piano della cultura repubblicana, socialista, democratica, ma soprattutto folignate.

Siparietto. Rimbocchiamoci le maniche, facciamo qualcosa che ci ritiri su, dicono quelli dell’opposizione. Qualcosa che rilanci il centro storico agonizzante, dicono i commercianti, senza troppa convinzione. Ma prima di rimboccarci le maniche, per non fare confusione, non sarebbe meglio mettersi d’accordo sul progetto, sul “da dove iniziare”? Dato che in molti Comuni già si gioca al totosindaco, fatecelo sapere; diteci cosa intendete fare per le nostre agonizzanti comunità. Oggi, che gli dei sono caduti e che le sezioni di partito hanno chiuso i battenti, i consensi s’arraffano solo in base a programmi ben precisi. Magari ci vorrà anche la promessa che una ruspa spianti qualche obbrobrio qua e là. Buon anno a tutti gli umbri di buona volontà.


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