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Sono come i familiari, tanto familiari che spesso passano inosservati, gli alberi. La legge 10 del 2013 tutela quelli monumentali, obbligando i Comuni a censirli. Cosicché chi ne provoca il danneggiamento prenderà una multa fino a 100 mila euro. L’Umbria ha i suoi patriarchi vegetali: i faggi di Monte Castro, di Massa Martana; le roverelle di Nottoria e di Villa Bianca a Perugia; l’olivo di Sant’Emiliano a Bovara di Trevi; il cipresso di Garibaldi a Todi, quello di Ponte Felcino e quelli di Villa Fidelia a Spello; il cedro di Villa Redenta; la palma di Villa Palma di Terni; il tiglio di Montesanto a Todi; i lecci di Cenerente, di San Pietro, del Santa Giuliana e di Monte Scosso, a Perugia. Commuove la faggeta del Monte Cucco, che insieme a quella del vicino Catria è tra le più integre, estese e sviluppate dell’Appennino umbro-marchigiano. La mappa degli alberi umbri è segnata da tristissime scomparse di alberi sacrificati dall’indifferenza, Il danneggiamento del patrimonio verde affonda le radici nella mentalità contadina, per cui l’albero – se non produce frutti – è visto come qualcosa di inutile, che offre soltanto ombra. Non conosciamo i nomi dei vegetali, scambiamo il noce per la quercia e il cipresso per il pino. Non ci scandalizziamo più davanti alla lottizzazioni, agli incendi estivi, ai chiodi, alle insegne pubblicitarie, ai chiodi infissi nei tronchi, agli allargamenti di sedi stradali, che non tengono conto della presenza delle piante secolari. Rabbrividiamo davanti ai giardinetti delle nostre città o le case di taluni nostri uomini politici. Da chi si circonda – e ci circonda – di piante grottesche, non ci si può aspettare che una generale insensibilità verso i Beni Culturali, di cui gli alberi sono parte integrante. L’indifferenza per il verde della propria casa, ma anche per il verde pubblico, è un segnale di incomprensione verso il l’ambiente circostante. Chi si attornia di ciarpame vegetale non può che guardare con distacco la rovina del bello, il depauperamento dei monumenti, dei musei, dell’arte e del paesaggio che fecero grande questo paese. La scuola ci portava alla festa degli alberi. Ogni ragazzo ne piantava uno e poi se ne prendeva cura nel tempo. Era così che Stato ci sensibilizzava su questo aspetto così essenziale dell’ambiente in cui viviamo. Oggi assistiamo alla rovina di parchi e giardini. Non avvertiamo più la necessità che gli alberi si sposino con le architetture. Non siamo più in grado di prendere cognizione, di riconoscere le piante locali, che furono parte del paesaggio fisico e culturale della nostra regione, descritto come un unicum dal Deplanque nella sua insuperabile opera “Campagne Umbre”. Oggi nei viali e vialetti si rincorrono piante d’importazione, nelle ville e villette geometrili spuntano ulivi pugliesi, lambertiane, cipressi argentati, laurocerasi, piante di cattivo gusto messe a dimora da perfetti cafoni, che sbirciano nell’aiuola del vicino, da pidocchi rifatti che subiscono il contagio di palazzinari, lottizzatori, analfabeti con il suv e mogli rigonfie di tossina botulinica, che invece di trastullarsi con la medicina estetica farebbero meglio a preoccuparsi degli inestetismi del proprio giardino.

Siparietto. L’Umbria dei geometri, che dopo il 1950 si caratterizza per la triviale vegetazione urbana ed extraurbana, ha rinunciato al suo naturale ornamento verde di olmi, gelsi, cipressi, lecci, frassini, querce, mirti e allori, piante aborrite dalle classi emergenti perché ricordano le umili – ma in armonia con il Creato – origini. Tutto questo si traduce nel segno della perdita dell’identità culturale. Ora che siamo circondati dal cemento le piante, più che mai, dovrebbero garantire un rilevante interesse estetico-morfologico, farsi parte peculiare di un complesso paesaggistico tradizionale, richiamare, anche solo simbolicamente, all’identità nell’ambito di aree pubbliche e private, quali gli spazi urbani, i luoghi di culto, i bordi delle strade, le aree adibite ai fini ricreativi, turistici e per il tempo libero. Ben venga quindi la protezione dei patriarchi vegetali, ma trascurare il resto è come occuparsi della sopravvivenza di un venerato capostipite, trascurando l’istruzione della prole. Perchè, in fondo in fondo, noi siamo gli alberi, come dice la canzone di Dimartino. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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